COLIN WILSON - DAMON WILSON
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IL GRANDE LIBRO DEI MISTERI IRRISOLTI.
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Parte 6.
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Titolo originale: The Mammoth Encyclopedia of Unsolved Mysteries.
Traduzione di: Franco Ossola.
2002, 2012 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-3754-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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COLIN E DAMON WILSON, SCRITTORI E INDAGATORI ESPERTI DEL MONDO PARANORMALE, SI CONFRONTANO CON I 63 ENIGMI PIÙ INTRIGANTI DEL NOSTRO TEMPO.
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INDICE di questa parte.
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36. Patience Worth.
37. Chi era Harry Whitecliffe?
38. La psicometria.
39. La maledizione dei faraoni.
40. La possessione spiritica.
41. Bigfoot.
42. Il teschio del destino.
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Fine Indice.
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CAPITOLO 36.
PATIENCE WORTH.

Ovvero, il fantasma che scriveva, poemi.
12 agosto del 1912. Due donne in una casa di St. Louis, nel Missouri, stanno
sperimentando con una tavoletta spiritica “ouija”. Sono Emily
Grant Hutchings e Pearl Curran, ambedue sposate con uomini
d'affari, i mariti sono in
una stanza accanto e giocano a carte con amici. È stata la signora Hutchings a
voler incominciare l'esperimento di contatto con gli spiriti, anche se l'amica
Pearl la considerava una perdita di tempo. E oggi i fatti sembrano darle proprio
ragione. La tavoletta si è mossa e ha segnalato la composizione di alcune
parole e frasi, rivelatesi però delle sciocchezze. Eppure, malgrado lo scetticismo
dell'amica, Emily aveva insistito per continuare. E così era stato per i
successivi dieci mesi. Finalmente il 13 giugno dell'anno dopo, la tavoletta spiritica
aveva siglato a più riprese PAT, proseguendo con le seguenti frasi:
Oh, perché dispiacerti del tuo cuore d'acciaio?
Questo petto non è che la sua madre adottiva,
il mondo è la sua culla e l'amata dimora la sua tomba.
Non si trattava solamente di pensieri comprensibili, ma intelligenti, anche
se da leggere con attenzione per poterli comprendere appieno.
Quello stesso pomeriggio la tavoletta aveva dettato un gran numero di altre
frasi poetiche simili, come lo sfogo di una scrittrice pervasa dal sentimento e
dal romanticismo tipico dell'era vittoriana: «Fermati, stanco cuore. Lascia
che sia solo il tramonto a illuminare il sepolcro interiore. Un solo raggio di
sole basterà a riscaldare la tua algida anima».
E poi sentenze e aforismi di questo tenore.
Nel corso della seduta successiva, del 2 luglio 1913, la tavoletta aveva dettato
frasi poetiche, muovendosi però con una velocità inaudita. «Sotto non resta
che la polvere, e fra le rose selvatiche trovano dimora le ragnatele. Un
gioiello da solo riluce, la visione riflessa di Venere che sorge, specchiandosi
in un lago di montagna...». Dopo qualche altra frase poetica ecco una rivelazione:
«Tutti quelli che sono venuti alla vostra chiamata ora sono qui e, mentre
la Luna scende, dedicate loro e alla loro dimora una canzone spirituale,
come a degli spiriti amici, affinché fra voi e loro si instauri un'amabile fratellanza.
Non vedete che questo altro non è che un viaggio?». Quando le due
intrepide sperimentatrici avevano chiesto spiegazioni, la tavoletta aveva risposto:
«Al di là del velo tutto si fa chiaro...». Chiesto il nome dell'entità, si
erano sentite rispondere: «Può uno spirito essere confinato e costretto in un
nome? Il sole brilla sempre eguale sulla rosa e sul roseto...». Ma, nella seduta
seguente, tenutasi una settimana dopo, l'entità si era decisa a rivelarsi: «Ho
vissuto molte lune fa. Ed ora torno. Patience Worth è il mio nome». Oltre non
era andata, mostrandosi riluttante a fornire altri dettagli. «Su di me potrete
conoscere molte cose. Ieri è finito, morto». L'entità amava esprimersi tramite
aforismi. Nella seduta successiva, all'invito a sveltire le comunicazioni,
aveva detto: «Battete il cane e lasciate la lepre». La lingua era arguta e le risposte
rivelavano sempre un tono di saggezza, anche se l'arcaicità delle frasi
le rendeva di non facile interpretazione. All'entità sembrava non andare a genio
la signora Pollard, la madre della Curran, a volte presente alle sedute, tanto
che quando la Hutchings un giorno le aveva chiesto che cosa pensasse della
donna, Patience aveva risposto: «Gli uomini dovrebbero metterla alla berlina».
Quando la Hutchings le aveva chiesto se il significato delle parole era
letterale, l'entità si era quasi risentita e aveva aggiunto: «Ma certo e dirò di
più, sarebbe bene che i posti fossero due!».
Poco prima di Natale, lo spirito di Patience Worth diede segni di grandi capacità
profetiche. Quando, quasi scherzando, la signora Hutchings aveva interrogato
l'entità domandandole che cosa la sua amica Pearl aveva intenzione di regalarle
per Natale, si era sentita dire: «Quindici pezzi, perché uno si è rotto».
Infatti, la Curran aveva ordinato per l'amica un servizio di sedici tazzine, solo
che quando aveva aperto il pacco si era accorta, con dispiacere, che una era incrinata.
In merito a quanto invece la Hutchings avrebbe a sua volta regalato all'amica,
la risposta era stata: «Copri tavola, lavorati a punto». Ed era vero. Alla
signora Pollard che le chiedeva consiglio sul biglietto di accompagnamento
che avrebbe dovuto scrivere per il regalo che intendeva fare alla figlia, lo spirito
di Patience, senza sapere di che cosa si trattasse, aveva risposto: «Un desiderio
ardente da non odorare; una fede di cera che arda per sempre». Una risposta
a dir poco azzeccata, visto che la Pollard per la figlia aveva comperato
uno spegnitoio e una candela profumata in cera. Poco alla volta, Patience
Worth aveva poi incominciato a raccontare qualcosa in più a proposito della
sua vita. Era una ragazza di religione quacchera, nata nel 1649 o nel 1694 (la
tavoletta dapprima aveva dettato la prima data, poi, come ci avesse ripensato,
aveva aggiunto 94), nel Dorset. La sua era stata una vita di duro lavoro in una
fattoria, perché la famiglia si era trasferita in America, dove era stata massacrata
dai pellerossa. Doveva trattarsi di una donna molto ciarliera se persino
l'opera non completa delle sue rivelazioni riferita in The Case of Patience
Worth di Walter Franklin Prince, rappresenta una lettura quasi sfibrante. Ma la
sua inclinazione era dettare interi poemi, senza rima, dal metro incerto. Ecco,
di seguito, alcuni fra i versi più celebri della sua produzione poetica:
Oh Dio, ho bevuto fino in fondo
ed ho scagliato la coppa contro di te!
La polvere di una giustizia infranta
si è seccata e raggrumata su se stessa
anche la sola stilla che ho attinto da Bacco,
mentre tu, paziente,
ricambi col purpureo vino del nuovo raccolto.
Questo lo stile, ermetico, dell'entità. A prima vista sembrano versi sconnessi;
rileggendoli assumono un senso, anche se in chi legge permane sempre
l'interrogativo in merito all'utilità di simili immagini.
Nel 1915 Patience Worth divenne un caso letterario, quando Caspar Yost,
redattore del supplemento domenicale del «St. Louis Globe-Democrat», pubblicò
una serie di articoli dedicati al suo caso, avendo l'accortezza di non segnalare
le fonti delle sue informazioni. I resoconti suscitarono un grande interesse,
tanto che Yoster si sentì incoraggiato a raccogliere il materiale per
scrivere un libro. Un altro giornalista di St. Louis, William Marion Reedy, direttore
del «Reedy's Mirrar», celebre critico del tempo, decise di approfondire
la ricerca. Dopo aver ottenuto il permesso di prendere parte ad alcune sedute
medianiche, Reedy si era detto stupito e affascinato dalle dichiarazioni
di Patience. Come Yost anche lui incominciò dunque una campagna promozionale
per diffondere la conoscenza del caso e in breve il nome di Patience
Worth si era imposto all'attenzione di tutta l'America.
Nel frattempo, le ambizioni letterarie dell'entità erano aumentate, passando
alla redazione di interi poemi. Dapprima era stata la volta di Ala rossa un
poema a sfondo medievale, cui era seguita un'opera di oltre 60.000 versi intitolata
Telka. A questo punto l'indisponenza, diciamo così, letteraria della
Worth venne fuori in tutta la sua ridondanza. Che le sue opere fossero dei
“capolavori”, come sosteneva qualcuno, o più semplicemente dei normalissimi
scritti, come sostenevano in molti, lo si sarebbe eventualmente stabilito
dopo; ciò che era certo era la pesantezza che li contraddistingueva tutti.
Arrivare fino in fondo alla lettura costituiva da parte di qualsivoglia lettore
un'azione epica, anche per via della leggibilità, piuttosto indigesta. I racconti
storici come Telka e La storia triste (ambientata al tempo di Gesù) sono
scritti in stile arcaico che non solo richiede un'attenzione speciale, ma,
soprattutto, non sembra gratificare in misura proporzionata allo sforzo. Ecco,
tanto per dare un esempio, alcune frasi tratte da La storia triste: «E la
sua fluida barba scendeva fin sul petto ondeggiando mentre si rivolgeva ai
Romani dicendo: “Che la pace di Jehovah scenda su di voi”. Ma essi disprezzarono
i suoi frutti protestando incuranti della profezia: “Bada, Gerusalemme,
perché in te si espanderà il deserto e diventerai terra di desolazione,
infestata dalle locuste...». Insomma, pagine da Bibbia rifatta di seconda
mano, un pasticcio religioso. Un racconto moderno dal titolo indecifrabile
La speranza del vero sangue inizia invece con questo incipit: «Lo specchio
si era infranto tre volte e la polvere del tempo stagnava a metà del cammino,
mentre l'uccello saltellava nel suo nido intrecciato. Forse lo specchio si
era frantumato nel corso del tempo, giustamente scandito a ogni volgere d'epoca,
e l'uccello aveva sempre cantato a volte nella gioia a volte nel lamento.
E intanto l'arco del camino sonnecchiava sbadigliando...» che è esattamente
quello che incomincia a fare il pur volenteroso lettore dopo anche solo una pagina di un simile testo.
Di sicuro la brevità e la concisione non erano doti che facevano parte del bagaglio
letterario di Patience. Quando uno studioso di fenomeni paranormali,
certo Arthur Delroy, nel corso di una conferenza sul caso tenutasi a St. Louis,
aveva pubblicamente osservato che le informazioni ricavate dalla tavoletta
medianica valevano quanto i colpetti spiritici, grande era stata la sensazione
dei presenti nel sentire che l'opera dell'entità era il classico esempio di scrittore
della domenica. (Aggiungendo, in modo poco garbato, che non si sarebbe
stupito nello scoprire che la medium, signora Curran, avesse proprio questo
genere di predisposizione). Quando questa battuta era stata riferita allo
spirito, Patience, aveva controbattuto: «Sciocco è colui che infrange il liuto e
intona un canto stonato, mentre la mano del saggio fa di tutto per aiutarlo».
Al che lo stesso Delroy aveva risposto, con un linguaggio altrettanto aulico:
«No, mi avete posto nel novero dei nobili, ma io non sono il saggio uomo
d'oriente che ha la pretesa di dover dire sempre l'ultima parola; io attendo
con pace e pazienza, fino alla milionesima parola di Patience...». La risposta
dello spirito non è stata tramandata dalle cronache.
Nel novembre del 1915 i Curran decisero di trasferirsi sulla costa orientale,
dove il mito di Patience Worth era molto noto. Ovviamente non si separarono
dalla preziosa tavoletta spiritica. Quando, all'atto della partenza, avevano interrogato
lo spirito chiedendogli se aveva intenzione di seguirli, Patience aveva
risposto: «Come il vostro respiro non smette di essere con voi, anch'io, allo
stesso modo, lo sarò. Come pensare di affidarmi una coppa per lasciarla vuota?».
Quando l'emerito psicologo Morton Prince di Boston si era occupato del
caso, anche per lui la verbosità dello spirito era sembrata assurda e insopportabile.
Interrogata se avesse qualche remora nei confronti della sua investigazione,
Patience offrì di rimando una lunga risposta, quasi inarticolata, che cominciava
così: «Sembra che voi stiate cercando per una misura di fumo...». Assolutamente
interdetto, Prince aveva ripetuto la richiesta, a cui Patience aveva ribadito,
con pronta lucidità: «Ora rivolta la pietra e sotto troverai un rospo, abbagliato
dalla luce improvvisa...». Per la terza volta, sbigottito dall'incomprensibile
risposta, Prince era tornato alla carica, ricevendo questa risposta: «Ecco
colui che per due volte ha ricevuto la palla, ma ancora non è contento, ma stia
attento a che io non la getti via definitivamente. Ascolta, fratello, solleva la pietra,
perché solo così potrai ritrovarmi e conoscermi». Ore e ore di colloqui non
portarono ad altro che a una raccolta infinita di frasi e sentenze di questo stampo,
pressoché incomprensibili nella loro labirintica cervelloticità. In altre parole,
Patience non era capace di usare poche parole per dare una risposta. Se ne
bastava una sola, lei doveva mettercene per lo meno dieci, giustificando un'acuta
osservazione fatta da Lincoln: «Non ho mai incontrato né conosciuto nessuno
che sia capace come questo presunto spirito di accostare il maggior numero
di parole insieme anche per esprimere il più piccolo e semplice dei concetti».
Era impossibile ottenere da lei una risposta diretta e immediata a una
qualsiasi domanda anche se questa richiedeva un semplice sì o no. Per esempio,
quando Prince le aveva chiesto quanti anni aveva quando, in vita, era approdata
in America, Patience aveva sentenziato: «Poco importava, ero una donna
piacevole» e quando Prince le aveva ripetuto la stessa domanda, lei un po'
indispettita lo aveva rimandato alla lettura di una parabola dedicata all'asino,
da lei stessa scritta. Poi, di sua iniziativa, aveva voluto interrompere la seduta,
l'ultima, con un drastico e laconico «Buona notte, signori».
L'idea di Prince era che lo studio del caso comportava soltanto una gran
perdita di tempo. Che Patience fosse più o meno genuina poco importava, era
di certo molto evasiva. Così aveva chiesto alla Curran, la medium, di lasciarsi
ipnotizzare per meglio seguire l'evoluzione del contatto. Ma la donna aveva
rifiutato; anzi si era precipitata col marito nella redazione del giornale locale
dichiarando Prince un ricercatore inesperto e superficiale, fatto che aveva
condotto a un pepato scambio di opinioni.
Consumata anche questa esperienza poco gradevole, i Curran avevano raggiunto
la città di New York, dove Patience si era presentata all'editore Henry
Holt, che aveva letteralmente frastornato con la sua verbosa e ridondante dialettica.
Tuttavia, Holt ne era rimasto egualmente impressionato, tanto che nel
febbraio del 1916 aveva dato alle stampe il libro di Caspar Yolt intitolato Patience
Worth - A Psychic Mystery, andato incontro, tutto sommato, a una
buona risposta da parte del pubblico. Per i critici, Patience era «una personalità
potente e unica, quanto sfuggente e impalpabile», mentre ciò che scriveva
poteva considerarsi «interessante, divertente e persino eccellente». Una
voce fuori dal coro, dissenziente, fu quella del professor James Hyslop, della
Società americana per la ricerca psichica, il quale, reclamando la totale mancanza
di attestazioni di ordine scientifico, arrivò a dire che «Il caso Patience
Worth non è altro che una truffa, una burla, una frode».
Ciò malgrado, nel giugno del 1917, Holt pubblicava La storia triste, un'opera
di almeno 250.000 parole. Ancora una volta i critici si erano divisi in
due schiere contrapposte. Molti i favorevoli, come per esempio il redattore
del «Boston Transcipt», il quale scrisse: «Se, sgombrato il campo dai condizionamenti,
si avvicina la lettura del testo con animo sereno e senza pregiudizi,
ebbene, essa si fa immediatamente affascinante, trascinante». Il critico
letterario di «The Nation» annotò invece che il lavoro andava inteso come
una intensa opera di narrativa. Forse il lettore moderno potrà trovare questo
genere di affermazioni del tutto incomprensibili, se solo si tiene conto - e vi
sfido a leggere - che il testo spesso non solo è illeggibile ma anche scorretto
dal punto di vista grammaticale e sintattico. Vediamo alcuni frammenti: «Le
pecorelle, disperse dalla tempesta, belavano, dove, sulle colline, che si erano
perse»', «Il tempio troneggiava bianco, mentre in basso il mercato si vedeva
empio» -, «E gli uomini di Roma sfoderarono le loro lame così che l'aria crepitava
di scherzose preghiere dalle labbra di Roma». Sono certo che se lo
spirito di Patience Worth fosse stato, molto più semplicemente, una giovane,
ambiziosa commessa con la passione della scrittura, i suoi racconti sarebbero
stati valutati da tutti come una noiosa perdita di tempo.
Malgrado questo, il libro sembrava rivelare una discreta conoscenza del
mondo e dei tempi della romanità classica, nozioni che la signora Curran diceva
di non aver mai posseduto. Il celebre ricercatore del paranormale G. N. M.
Tyrrell, scrivendo circa trentanni dopo, annota: «No, qui non c'è senz'altro
l'impronta del genio, ma... trapela una fonte ispirativa dalla quale si sarebbe
potuta trarre per davvero un'opera di genio, se solo tutto questo materiale l'avesse
potuto elaborare con mente consapevole uno scrittore come Coleridge...
invece della signora Curran». E prosegue citando il parere di
Caspar Yost, secondo il quale il testo tradiva una profonda
conoscenza della Roma dei tempi
di Tiberio ed Augusto, oltre alla topografia di Gerusalemme e della Terra Santa.
Ovviamente, Yost va preso con le molle, essendo un critico interessato,
uno dei primi scopritori del talento letterario dell'entità che si faceva chiamare
Patience Worth.
Uno degli episodi più singolari dell'intera faccenda, accadde
nell'agosto del 1916, quando La storia triste era ancora in
fase di dettatura. Con il suo solito
stile enfatico e ridondante, lo spirito di Patience aveva annunciato che le
sue opere avrebbero fruttato molto danaro, da destinare a chi ancora non c'era.
I Curran si erano sentiti dire: «Dovrete cercare, una piccola, una che ancora
non c'é». Alla richiesta di chiarimenti, Patience aveva finalmente fatto
intendere che, poiché i Curran non avevano figli, ne avrebbero dovuto adottare
uno, più precisamente una bambina che sarebbe stata idealmente anche
la sua figliola. Combinazione - guarda caso - da lì a breve, una vedova loro
vicina, che aveva perduto il marito in un incidente verificatosi al mulino, aveva
concordato che avrebbe ceduto loro il nascituro. Per Patience si trattava
senz'altro di una bambina. Una sera mentre la signora Curran trascriveva i
versi de La storia triste, la voce dello spirito si era bloccata esclamando: «Ecco,
ci siamo». Dopo neppure un'ora i Curran aveva avuto la bella notizia: la
vicina aveva partorito e si trattava proprio di una bella bambina con i capelli
rossi e gli occhi scuri, una descrizione che Patience aveva anticipato da tempo.
Attenendosi in modo rigoroso alle indicazioni dettate dallo spirito, alla
neonata era stato imposto il nome di Patience Worth Wee Curran.
In quello stesso 1916, l'ex amica della Curran, la signora Hutchings si mise
in contatto con il critico William Marion Reedy per sottoporre al suo giudizio
le prime diecimila parole di un romanzo sulla politica e sul giornalismo
nel Missouri. Negli ultimi anni, la Hutchings era sparita dalla circolazione e
soprattutto dalle luci della ribalta popolare, dal momento in cui era emerso in
modo chiaro che la sua presenza per evocare lo spirito di Patience Worth non
era affatto indispensabile. Reedy dimostrò grande ammirazione per il racconto,
congratulandosi vivamente. Un giudizio che la settimana dopo si era pressoché
rimangiato, una volta venuto a conoscenza che il testo era la trascrizione
medianica della dettatura dello spirito del grande Mark Twain e che
molte pagine erano state ottenute con l'ausilio della tavoletta spiritica dell'ouija.
Alla fine, il manoscritto venne pubblicato col titolo di Jap Herron. La
risposta della critica era stata positiva, anche se, ovviamente, tutti concordavano
nel sostenere che la qualità del testo era mediamente al di sotto delle
opere da lui prodotte mentre era in vita. Il tentativo degli editori che detenevano
i diritti di Twain di non far pubblicare il romanzo andò fallito.
Nel frattempo, la fama e la celebrità del caso Worth continuavano a crescere.
La storia, prettamente vittoriana, La speranza del vero sangue ottenuta
dalla sua ispirazione venne accolta assai bene dalla critica, a dispetto del fatto
che i poveri lettori continuassero a trovarvi, anche nello stile moderno della
Worth, una forma macchinosa e la solita terribile verbosità. In Inghilterra
il libro venne proposto senza essere annunciato come opera di natura psichica,
ricevendo giudizi contrastanti, con prevalenza per quelli positivi, visto
che si trattava di un'autrice inglese alla sua prima esperienza importante. Sullo
slancio del momento, gli stessi Curran fondarono una nuova rivista «Patience
Worth's Magazine» per rendere i poemi più brevi e le opere meno importanti
disponibili per tutti gli ammiratori e i fanatici del caso. Ne era editore
Caspar Yost. Dopo dieci numeri l'iniziativa si era fermata.
A partire dal 1918 cominciarono a emergere i primi segni di un calo di interesse.
Un colpo letale venne senz'altro inflitto dagli articoli contrari comparsi
nel mese di agosto sul «The Atlantic Monthly» da una giornalista e
scrittrice di nome Agnes Repplier, la quale esprimeva quasi con violenza la
sua intolleranza nei confronti dei tanti libri scritti sotto la dettatura degli spiriti,
manifestando, inoltre, il suo profondo disappunto nel constatare che siccome
Patience Worth era morta avrebbe corso il rischio di dominare la scena
letteraria in eterno. A proposito dei libri dettati dall'ormai celeberrimo
spirito, la Repplier amava definirli in sintesi, affermando che «sono tanto
sciocchi quanto inutilmente lunghi e incomprensibili». Certo che, valutando
oggi in retrospettiva, suona davvero singolare che all'epoca, oltre a questa
della Repplier, nessun'altra voce contraria si levasse per esprimere qualche
dissenso.
Il pericolo del ridicolo era in effetti il rischio più grave cui stava andando incontro
la “fama” letteraria di Patience. La Repplier aveva apertamente dichiarato
al mondo che il “re era nudo” e di colpo tutti si erano resi conto che
lo era stato sin dal principio di quella storia. Il nuovo libro di Caspar Yost sul
caso Patience Worth, sulla sua storia e sulla filosofia dei suoi messaggi, e una
inedita raccolta di poesie della stessa Patience venivano brutalmente cestinati
dalla redazione della casa editrice Henry Holt. Da parte sua Pearl Curran
(dopo aver sempre detto di non possedere alcun talento personale per la scrittura)
aveva invece presentato un breve racconto sulla storia di una ragazza di
Chicago - la quale, guarda caso, viene posseduta da una seconda, invadente
personalità - che il «Saturday Evening Post» aveva accettato e pubblicato.
Ma, Irving Litvag, un recente biografo della medium, non può fare a meno di
ammettere nel suo Singer in thè Shadows che ad ogni buon conto «la storia
non riesce a sollevarsi mai al di sopra della soap opera più banale».
Quando nel 1920 morì William Marion Reedy, Patience perse uno dei suoi
più fedeli alleati e influenti difensori. Il declino era in agguato. Un altro formidabile
attacco alla sua credibilità venne sferrato sulla rivista «Unpartizan
Review» da un critico a firma Mary Austin, ma la cosa peggiore consisteva
nel fatto che la pubblicazione apparteneva alla Holt, l'editrice delle opere
della stessa Worth.
A questo punto la salute di John Curran aveva incominciato a incrinarsi. Dopo
più di un anno di grave malattia, nel giugno del 1922 il marito della medium
si spegneva. Pearl, ormai trentanovenne, era al terzo mese della sua prima
gravidanza, che le avrebbe portato una bimba. Ora erano ben quattro le
persone che gravano sulle sue sole spalle: lei stessa, la madre, la figlia adottiva
Patience Wee e la neonata, davvero troppe per incassi sempre più modesti.
Anzi, lungi dall'arricchirla, gli scritti e le pubblicazioni di Patience non solo
non avevano prodotto benefici, ma la loro pubblicazione era anche costata. I
racconti e le poesie non si vendevano e l'esperimento della rivista era stato un
fallimento. Pearl si trovò così costretta ad accettare di tenere alcune conferenze
a pagamento a Chicago. Si trattava di una soluzione che non le andava a genio,
perché aveva sempre dichiarato che le rivelazioni di Patience che facevano
di lei il tramite per manifestarsi al mondo non avrebbero mai dovuto essere
contaminate dal danaro, tuttavia in quel momento la vita non le offriva alternative.
Poi era venuta la morte della madre, un altro colpo. In compenso si
era però verificato una specie di miracolo: un ardente ammiratore dei messaggi
di Patience, certo Herman Behr di New York, si era fatto avanti come salvatore.
Non solo cominciò a garantire alla signora Curran un mensile di 400
dollari, ma finanziò la pubblicazione di tutti gli scritti medianici di Patience,
usciti in un volume intitolato Lightfrom Beyond. Il tentativo fallì. L'interesse
suscitato dal fenomeno non era più quello di una volta e i lettori non si lasciarono
più coinvolgere. In un'epoca che si stava aprendo agli scritti di James
Joyce, Ernest Hemingway e Dos Passos, dedicarsi alla lettura delle confusionarie
opere di Patience poteva sembrare persino un po' blasfemo.
Ecco il commento di Litvag: «I tre anni che seguirono furono solitari e difficili,
quasi disperati, per Pearl Curran. Ormai non era più una celebrità e nessuno
più si curava di lei... periodicamente ammalata, oltre che depressa e arrabbiata
col mondo intero». Nel 1923 la signora Curran acconsentì che Patience
Wee andasse a vivere in California. Qui, dopo tre anni, la ragazza era
andata in sposa a un medico in pensione, Henry Rogers, un uomo molto
avanti negli anni. La grande differenza di età aveva messo in crisi sin da subito
il matrimonio che era completamente fallito e i due si erano separati. Nel
1930 era stata la volta della signora Pearl di raggiungere la California, Los
Angeles, dove aveva riconquistato un po' di successo e notorietà frequentando
un gruppo di spiritisti suoi ammiratori. L'anno dopo si era rimaritata, questa
volta con un'antica fiamma, un giovane col quale aveva avuto una relazione
a diciannove anni, Robert Wyman. Trasferitisi a Cui ver City, Pearl aveva
ripreso le sedute medianiche e Patience era tornata a manifestarsi, dettando
una nuova opera teatrale, nello stile di Shakespeare. Nel corso degli incontri
spiritici, Patience continuava a essere allegra e spensierata, l'unica cosa
che non le si poteva ancora chiedere era di rispondere rapidamente a una
domanda, il tempo minimo di risposta superava sempre almeno i cinque minuti,
anche quando sarebbe stato sufficiente un semplice sì o un altrettanto
semplice no.
All'improvviso, nel novembre del 1937, Pearl, all'epoca cinquantaquattrenne,
annunciò al vecchio amico Dotsie Smith che in un messaggio «Patience
mi ha rivelato di vedermi ormai al termine della mia strada; mi ha pregato di
dirtelo e di incoraggiarti ad andare avanti nel miglior modo possibile». In
realtà, la Curran sembrava stare benissimo. Il giorno del Ringraziamento
però era stata assalita da una forte influenza, così grave che il 3 dicembre moriva
di polmonite nell'ospedale di Los Angeles. Con lei si chiudeva per sempre
e definitivamente l'epopea spiritica di Patience Worth. Patience Wee, che
nel frattempo si era risposata, morì anche lei all'improvviso nel 1943, a seguito
di quello che, in prima battuta, le era stato diagnosticato come un lieve
attacco cardiaco. Con lei se ne andava anche la persona che lo spirito aveva
sempre considerato come una cara “sorella”.
L'ultimo capitolo del libro di Litvag è intitolato Chi era Patience Worth?
Con molta onestà, lo stesso autore dice di non saperlo. Oltre a lui, tutti coloro
che si sono avvicinati a questo caso si sono regolarmente divisi nelle due
tradizionali schiere: da una parte quelli che credono che Patience fosse una
“seconda personalità” della signora Pearl Curran; dall'altra quelli che sostengono
fosse ciò che diceva di essere, ovvero uno spirito trapassato. Sia Morton
Prince che Walter Franklin Prince (anche se omonimi non erano parenti)
hanno raccolto nelle loro ricerche una voluminosa casistica sulla doppia personalità.
Il caso di Morton Prince noto come il caso di “Sally Beauchamp” è
diventato celeberrimo; non meno di quello principe studiato da William Prince,
quello di “Doris Fischer”, anche se la loro notorietà è rimasta relegata nella
stretta cerchia degli addetti ai lavori, non spingendosi mai oltre le pagine
delle riviste specializzate, come, per esempio, «American
Journal for Psychical Research» (1923) e «Contributions to Psychology». Eppure, chiunque si
prenda la briga di approfondire la conoscenza di questi due episodi emblematici
e li accosti a quello di Patience Worth non potrà fare a meno di osservare
quanto poco abbiano in comune. Nella maggior parte dei casi, i protagonisti
dalla doppia personalità presentano una storia adolescenziale fatta di
soprusi e abusi: al contrario, la signora Curran aveva avuto una fanciullezza
felice ed era sempre stata una donna più che normale fino a quando nella sua
vita aveva fatto irruzione lo “spirito” di Patience Worth. Ammesso, ma non
concesso, che anche la Curran rientri nella patologia clinica dei soggetti a
doppia personalità, si deve riconoscere che i termini della questione sono decisamente
differenti rispetto a quelli che vengono considerati i casi classici e
distintivi di questo particolare comportamento psicologico.
Per coloro che credono che dopo la morte la vita prosegua seppure sotto altra
forma, è chiaro che la spiegazione che attribuisce a Patience la patente di
spirito disincarnato è quella che meglio si attaglia ai fatti. Questo, attenzione,
non significa che essa fosse per davvero quel che diceva di essere. Chiunque
abbia studiato e analizzato le comunicazioni spiritiche ben sa che raramente
le entità che si presentano corrispondono a chi dicono di
essere. G. K. Chesterton, senza peli sulla lingua, non ha
remore nel dire che si tratta sempre di
clamorose bugie. Se veramente Patience era una giovane quacchera vissuta
nel XVII secolo, uccisa dai pellerossa, non si riesce bene a comprendere per
quale motivo restasse sempre così sul vago e perché si rifiutasse in modo
ostinato di rispondere a semplicissime domande, cosa che avrebbe viceversa
consentito alla Curran di uscire dall'impaccio e non solo di autoconvincersi,
ma di convincere il prossimo in modo definitivo sull'autenticità di ciò che lo
spirito andava fumosamente raccontando nel corso delle sedute. Chiudendo il
libro di Litvag, il lettore resta con l'idea che Patience Worth fosse per davvero
uno spirito; peccato che quello stesso spirito avrebbe anche potuto essere
quello di una persona frustrata nelle sue ambizioni di scrittrice e magari anche
per questo lievemente mitomane.
 
CAPITOLO 37.
CHI ERA HARRY WHITECLIFFE?

Stando a ciò che compare nelle pagine di un libro edito in Francia nel 1978,
uno dei più accaniti pluriomicidi della storia del crimine inglese si sarebbe
suicidato in carcere a Berlino attorno alla metà degli anni Venti, l'era del
jazz. L'uomo si chiamava Harry Whitecliffe ed aveva assassinato non meno
di quaranta donne. Come mai, viene spontaneo chiedersi, il suo nome non è
noto nella storia del crimine come “meriterebbe”, al punto che neppure gli
studiosi e gli specialisti del campo lo conoscono? Perché quando venne arrestato
si nascondeva sotto il nome di Lovach Blume e il suicidio aveva impedito
il vero riconoscimento alle autorità.
La vera storia compare nel libro di Louis Pauwels e Guy Breton dal titolo
Nouvelles histoires magiques. A dispetto del titolo - che sembra più adatto a
un romanzo - siamo di fronte a una serie di considerazioni e studi legati al
mondo del paranormale, con capitoli dedicati a Nostradamus, Rasputin ed
Eusapia Palladino e resoconti di fatti strani, come per esempio quello delle
“impronte del diavolo”, ricordato anche in questo nostro libro
(vedi il Capitolo 23).
Nel capitolo intitolato Le due facce di Harry Whitecliffe si racconta come
all'inizio degli anni Venti comparisse a Londra una brillante raccolta di saggi
su Oscar Wilde, un libro andato a ruba, ma il cui autore, per l'appunto il
nostro Harry Whitecliffe, preferiva restare nell'anonimato, schivo com'era di
ogni forma di pubblicità. Coloro che tentavano di avvicinarlo e intervistarlo
tornavano in redazione col taccuino desolatamente vuoto di appunti. Quando
però voci ricorrenti incominciarono a dire che in verità dietro alla misteriosa
penna si celavano scrittori importanti, come per esempio Bernard Shaw oppure
il giovane T. S. Eliot, Whitecliffe era finalmente uscito allo scoperto. Si
trattava di un bel giovane di ventitré anni, simpatico e gradevole, eccentrico
e amante dello sport. Era anche un tipo generoso se era vero che al termine
di una cena, uscendo dal locale e imbattutosi in una graziosa mendicante le
aveva fatto dono della bellezza di cinquecento sterline. Diceva di amare i fiori,
ma solo a patto che lo stelo venisse rigorosamente reciso a una lunghezza
di venti centimetri. Insomma, il classico personaggio stravagante che piace
agli Inglesi e per questo in breve era diventato una celebrità.
Intanto aveva continuato a scrivere: saggi, poesie e opere teatrali. Una delle
sue commedie, Similia, prima di girare per tutta l'Inghilterra venne rappresentata
a Londra per quattrocento repliche. Il successo di questa opera gli
era valsa una fortuna, che l'artista non aveva esitato a bruciare in fretta, generoso
mecenate, con i tanti amici. All'inizio del 1923 Harry Whitecliffe era
entrato a far parte della ristretta cerchia dei cosiddetti “re della società londinese”.
A settembre di quello stesso anno, era sparito. Venduto tutto ciò che possedeva,
dato ampio mandato ai suoi agenti letterari di utilizzare al meglio i diritti
delle sue opere, era sparito dalla circolazione, ma solo per ricomparire a
Dresda, in Germania, prima della fine dell'anno. Anche qui Similia era stata
rappresentata con enorme successo, nella traduzione in tedesco fatta dallo
stesso autore. Poi l'opera aveva fatto il tour del paese, allestita in molte
cittadine lungo il Reno. Con i quattrini incassati, Whitecliffe aveva fondato
una casa editrice dedicata alla pubblicazione di opere di poesia - la Dorian
Verlag - anch'essa rivelatasi una operazione commerciale estremamente
fruttuosa.
Eppure Harry Whitecliffe era tutto meno che un uomo misterioso. Ogni
mattina, amava fare una bella galoppata lungo le rive dell'Elba almeno fino
alle nove del mattino; alle dieci raggiungeva l'ufficio, dove consumava il
pranzo. Alle sei lasciava l'ufficio per presenziare a qualche ricevimento, a
una mostra o per frequentare qualche salone letterario, dove si incontrava con
gli amici. Verso le nove di sera rientrava a casa e da questo momento nessuno
sapeva come trascorreva il resto della serata e la notte. D'altra parte, a
nessuno interessava saperlo.
Uno dei motivi per una vita tanto regolare stava anche nel
fatto che Whitecliffe era innamorato: la giovane si chiamava
Wally von Hammerstein, rampolla
di nobile origine, follemente innamorata del giovane scrittore. La relazione
era già molto avanti, se è vero che era già stata data notizia ufficiale del
loro fidanzamento per il 4 ottobre 1924.
Ma proprio il giorno prima Harry Whitecliffe era scomparso. Non solo non
si era presentato nei soliti luoghi e in ufficio, ma non aveva lasciato traccia
neanche a casa. L'agitatissima Wally aveva inutilmente battuto l'intera Dresda
alla sua ricerca. Era stata allertata la polizia, la quale, in forma molto discreta,
aveva mandato avanti le indagini. La prima ipotesi era che il giovane
si fosse suicidato. Wally lo escludeva ed era più propensa a credere che fosse
stato vittima di un improvviso incidente o di un crimine, visto che girava
spesso con ingenti somme di danaro. Mano a mano che le settimane passavano,
la promessa sposa si disperava sempre più, arrivando a maturare l'idea
di rinchiudersi in un convento.
Un giorno aveva ricevuto una lettera. Era stata ritrovata nella cella di un
condannato a morte che si era suicidato nel carcere di Berlino; per la cronaca,
l'uomo era riuscito a tagliarsi le vene dei polsi con la fibbia metallica della
cintura dei pantaloni. La nota che accompagnava la busta con la lettera
dentro diceva: «La prego, signor procuratore del Reich, di trasmettere questa
missiva a destinazione senza aprirla», firmato Lovach Blume.
Stando alle prove processuali, Blume era un pazzo maniaco, un serial killer
alla Jack lo squartatore o alla Peter Kiirten, il sadico di Dusseldorf. Davanti
alla corte che lo aveva giudicato aveva ammesso: «Ogni dieci giorni dovevo
uccidere. Sono mosso da un impeto che non mi lascia in pace e fino a quando
non uccido sto male. Ma appena uccido e smembro le mie vittime vengo
appagato da una indescrivibile gioia e da una condizione di grande benessere».
Interrogato a proposito del suo passato, aveva detto: «Io sono soltanto un
cadavere, che cosa vi interessa sapere di un cadavere?».
Le vittime di Blume erano tutte prostitute o ragazze di strada di Berlino.
Dopo aver avvicinato la vittima, la conduceva in un hotel, per ucciderla non
appena si era spogliata. Quindi, utilizzando un coltellaccio, munito di un manico
d'avorio, tipo il kriss malese, procedeva alle sue orripilanti mutilazioni,
che a volte risultavano così disgustose da sconvolgere persino i medici legali.
Le uccisioni si erano protratte per circa sei mesi, nel corso dei quali i quartieri
malfamati di Berlino erano vissuti nel terrore.
Nel settembre del 1924 Blume era stato finalmente arrestato, ma solo a seguito
di un contrattempo. La polizia, sulle sue tracce da qualche tempo, lo riteneva
coinvolto nel traffico di stupefacenti e, per questa finalità, gli agenti
avevano bussato alla porta della stanza d'hotel dove solo qualche minuto prima
si era ritirato con la prostituta da uccidere. Lo avevano trovato nudo di
fronte alla finestra con ai piedi la donna già assassinata.
Si era lasciato catturare senza opporre la minima resistenza e aveva denunciato
spontaneamente tutti gli altri crimini, anche se ne ricordava soltanto
ventisette. Disse che non aveva paura della morte, soprattutto se inflitta col
metodo in auge in quel tempo in Germania, la decapitazione, di gran lunga
preferibile all'impiccagione adottata in Inghilterra.
Questo era l'uomo suicidatosi in cella e che aveva lasciato dietro di sé la lettera
indirizzata alla fidanzata, la giovane e disperata Wally von Hammerstein.
Nello scritto, Blume si diceva convinto dell'esistenza del diavolo, perché lui
l'aveva incontrato. Per quanto lo riguardava, si sentiva una specie di dottor
Jekyll e signor Hyde, ossia un uomo intelligente, socievole e di talento, condannato
a essere vittima di una possessione demoniaca che lo trasformava in
una creatura crudele e abietta, assetata di sangue. Aveva lasciato Londra dopo
aver commesso nove assassinii e quando la polizia di Scotland Yard stava
ormai sulle sue tracce. Il suo amore per lei, Wally, era sincero e genuino e, in
quelle condizioni, aveva molto sofferto. Per qualche momento aveva sperato
che, grazie al suo amore, sarebbe riuscito a sconfiggere la maledizione, ma
era stata un'illusione, una vana speranza.
Alla lettura del messaggio, la povera Wally era svenuta. Nel 1925 entrava
come suora in un monastero, assumendo il nome di Maria dei Dolori. Qui,
in solitudine, avrebbe pregato a lungo per la salvezza di un'anima dannata...
Questa l'incredibile storia narrata da Louis Pauwels, lo scrittore divenuto
celeberrimo per aver firmato in collaborazione con Jacques Bergier il bestseller
Il mattino dei maghi. Alcuni critici sostengono che il libro è pieno zeppo
di errori e fantasie gratuite e che anche il capitolo dedicato
a Harry Whitecliffe presenta molti punti deboli e oscuri. Per
esempio, se la data dell'arresto
di Blume è corretta - 25 settembre 1924 - ebbene, sarebbe avvenuta prima
che Whitecliffe svanisse da Dresda, il 3 ottobre del 1924... Ma, chi lo sa,
potrebbe semplicemente trattarsi di un refuso.
Ma chi era realmente Harry Whitecliffe? Sempre secondo Pauwels, alla corte
del tribunale avrebbe dichiarato di essere tedesco da parte di padre e danese
da parte di madre. Cresciuto in Australia, aveva uno zio a Sidney che faceva
il macellaio. Stranamente però in una sorta di conversazione che
Pauwels e il coautore del libro intrattengono alla fine del capitolo, si dice diversamente,
ossia che Whitecliffe proveniva da una famiglia inglese. A parte
i tre magistrati che, violando le disposizioni del suicida, avevano aperto la
busta e letto la missiva, solo Wally e i suoi genitori erano venuti a conoscenza
della sua vera identità. I giudici sono tutti morti, così i parenti della giovane.
Mentre scrivo, la signorina e suora Wally von Hammerstein ha la già rispettabile
età di 75 anni. Non ha mai voluto parlare di questo fatto, del dramma
della sua gioventù stroncata. Possiamo però immaginare che a un tratto
abbia mutato d'avviso concedendo di narrare i fatti a Pauwels.
Una storia davvero straordinaria, che ha suscitato grande interesse. In particolare
quello di un autore francese, François d'Eaubonne, convinto che
Harry Whitecliffe meritasse un intero libro di analisi e ricerca. Dopo aver interpellato,
senza risultato alcuno, Pauwels e Breton, d'Eaubonne si è messo
in contatto con la Società britannica per le ricerche teatrali, avviando una
corrispondenza con lo storico del teatro inglese John Kennedy Melling.
Questi gli disse di non avere nozione alcuna a proposito di un autore che rispondesse
al nome di Harry Whitecliffe, né di un'opera intitolata Similia.
Sbigottito, d'Eaubonne si è allora rivolto all'archivio di Scotland Yard, chiedendo
se mai fosse rimasta traccia di un serial killer attivo negli anni Venti.
Ancora una volta la risposta era stata negativa: nei loro archivi non risultava
alcuna testimonianza di un serial killer, tipo Jack lo squartatore, attivo nei
primi anni Venti. Come ultima spiaggia, l'attivo ricercatore francese, si era
indirizzato a J. H. H. Gaute, proprietario della più incredibile e ricca biblioteca
di libri sul crimine di tutte le isole britanniche. Ma anche Gaute non aveva
mai sentito parlare di un caso simile. Come se non bastasse, le cronache
del tempo non citavano una sola volta il grande successo ottenuto da un'opera
teatrale intitolata Similia. Per farla breve, sembrava trattarsi di fatti fantasma,
mai accaduti, come se Pauwels e Breton si fossero inventati tutto di
sana pianta.
Anche Thelma Holland, la figlia adottiva di Oscar Wilde, non riuscì a trovare
traccia alcuna del volumetto di parodie dedicate al patrigno, rovistando
a fondo nella grande biblioteca wildiana gelosamente conservata dal suo defunto
marito, Vyvyan Holland. In compenso però la signora aveva suggerito
una possibilità: scrivere alla Mitchell Library di Sidney, in Australia. Non era
da escludere, infatti, che laggiù si potesse venire a capo di qualcosa.
Incredibilmente questo suggerimento, quasi campato in aria, diede frutti
inaspettati. Non a proposito di un autore di nome Harry Whitecliffe, ma di
un assassino di nazionalità tedesca di nome Blume, non Lovach, Wilhelm
Blume. Sull'«Argus» del giorno 8 agosto 1922, era comparso un articolo intitolato
Un assassino colto, sottotitolo: La spaventosa serie di crimini commessi
da un uomo di lettere. La notizia era rimbalzata da Berlino il giorno
prima:
Wilhelm Blume, un uomo di vasta e chiara cultura, dotato di talenti artistici di prim'ordine,
le cui traduzioni di opere teatrali inglesi sono state oggetto di rappresentazioni di
grande successo a Dresda e in molte altre città tedesche, ha confessato di essere l'autore
di una terribile serie di sanguinosi crimini, uno dei quali perpetrato addirittura all'Hotel
Adlon, il più rinomato della nostra città.
La notizia più interessante dell'articolo era che Blume aveva fondato a Dresda
una casa editrice chiamata Dorian Press, informazione che induce a far
corrispondere questo Blume col personaggio citato da Pauwels e suicidatosi
nella cella del carcere berlinese.
Ma Wilhelm Blume non era affatto un serial killer. Le sue vittime favorite
erano i postini e il movente era il furto. In Germania, infatti, i vaglia venivano
pagati direttamente dal mittente al postino che si recava a casa a prelevarli,
per cui capitava spesso che gli addetti alle poste girassero per i quartieri
cittadini con molti quattrini nel borsone. Blume aveva escogitato un semplice
piano. Lui stesso inviava vaglia postali. Quando l'addetto delle poste suonava
a casa sua, lo aggrediva, lo uccideva e lo derubava. Nell'articolo
dell'«Argus» non si precisava quanti ne avesse fatti fuori. La prima volta,
mentre stava strangolando con una corda a cappio il malcapitato postino,
Blume era stato disturbato dalla cameriera di casa e così era stato costretto a
sopprimere anche lei, tagliandole la gola. Poi si era spostato a Dresda dove,
nel solito modo, aveva provato a eliminare un altro postino. Armato di due
pistole, lo aveva atteso sotto il porticato di una casa. Ma il proprietario era
uscito all'improvviso chiamando soccorso e Blume era scappato sparando a
un poliziotto sopravvenuto nel frattempo. I colpi erano andati
a vuoto e Blume era stato catturato. In prigione aveva tentato
di uccidersi; poi aveva confessato
una serie di omicidi e nel 1922 era stato giustiziato (queste le sole notizie
presentate nel pezzo del giornale).
A questo punto, sembra chiaro che la domanda «Chi era Harry
Whitecliffe?» deve essere sostituita da «Chi era Wilhelm
Blume?» visto che i due sono chiaramente la stessa persona.
Dalle notizie che abbiamo messo insieme si può provare a ricostruire la storia
Whitecliffe-Blume. Sembra una di quelle classiche vicende di un killer
che è anche una persona rispettabile, come furono, per
esempio, Landru, Petiot, Haigh “l'assassino del bagno
all'acido”, e il serial killer a sfondo sessuale
Neville Heath. Una parte essenziale della loro mente è
occupata dall'idea
di essere delle persone speciali, fantasiose, geniali che non hanno bisogno
di trarre pubblicità da ciò che fanno, né tanto meno da ciò che hanno già
fatto. (Neville si faceva chiamare Gruppo del capitano Rupert Brooke). All'inizio
partono come semplici truffatori, poi, sempre più ambiziosi, passano al
delitto. E questo pare il quadro criminologico di Blume. Nel grande caos organizzativo
delle poste della città di Berlino, Blume aveva escogitato un modo
per fare quattrini, uccidendo e derubando dei poveri postini. Può darsi che
l'ultimo colpo gli avesse fruttato una cifra al di là di ogni più rosea previsione
oppure che le autorità della polizia postale fossero ormai sulle sue tracce.
Questi timori potrebbero averlo spinto a condurre una vita normale e rispettabile,
mettendo in azione tutta la fantasiosità della sua geniale
intuizione letteraria. Spostatosi a Dresda, assunto il nome di
Whitecliffe, aveva fondato la
Dorian Verlag. I lusinghieri successi delle traduzioni teatrali gli avevano consentito
di allestire un tour nelle varie città lungo il Reno. Spacciandosi come
un inglese del ceto medio alto e avendo certamente l'occasione di frequentare
gli ambienti anglosassoni presenti a Dresda, il suo inglese doveva essere
perfetto, a maggior ragione se si prende per buona la storia della giovinezza
trascorsa in Australia.
Innamoratosi di una bella e giovane ragazza della borghesia tedesca, Blume
non aveva resistito a raccontarle uno dei suoi tanti sogni a occhi aperti: di essere
il rampollo di una «grande famiglia inglese», di aver raggiunto il successo
letterario per alcune opere di critica e commento scritte su Oscar Wilde,
ma che aveva preferito sottrarsi alla noia della celebrità che stava per
soffocarlo. A riprova di tutto, la sua ricchezza derivava dallo strepitoso successo
ottenuto con un'opera teatrale intitolata Similia. (La rassomiglianza del
titolo con Salomè di Wilde è evidente, a sottolineare la grande ammirazione
di Blume nei confronti di Wilde). Per evitare scocciature e soprattutto una
popolarità aggressiva e soffocante, aveva deciso di ritirarsi in buon ordine
nell'anonimato, per godersi i proventi delle sue opere in piena serenità come
un uomo qualsiasi.
Solo che, a un certo momento, mentre tutto sembra filare per il meglio -
rapporti sociali, successo, rispettabilità e persino matrimonio - Blume si era
ritrovato un'altra volta ancora al verde, senza quattrini. Una sola la soluzione:
ricominciare con qualche crimine. Un paio di aggressioni ai soliti addetti
postali e il conto in banca si sarebbe rimpolpato subito... Questa volta però le
cose non vanno lisce e viene arrestato. L'identificazione fra i due personaggi
viene a galla e tutto il suo mondo crolla. Non nega nulla, confessa anche i
precedenti omicidi. Viene spedito in carcere a Berlino dove tenta il suicidio.
Poco dopo viene ghigliottinato. A Dresda la sua storia diventa immediatamente
quella di un dottor Jekyll e signor Hyde, la cui macabra “carriera” londinese
viene subito accostata a quella di Jack lo squartatore...
Esistono ancora tracce e ricordi di Wilhelm Blume? Penso proprio di no, il
bombardamento che la città di Dresda ha subito nel corso della guerra ha distrutto
ogni archivio storico e, per quanto riguarda le testimonianze dirette,
tutte le persone che lo hanno conosciuto sono ormai morte da tempo. Si può
immaginare che Pauwels e Breton si siano imbattuti in qualche resoconto
confuso e disarticolato della storia di Blume nei panni di Whitecliffe e l'abbiano
riportata così, senza troppi approfondimenti. Sarebbe interessante sapere
da dove hanno ricavato le loro informazioni, anche se, come già detto,
né d'Eaubonne né Kennedy Melling sono riusciti a ottenere una risposta alle
loro richieste.
 
CAPITOLO 38.
LA PSICOMETRIA.

"Un telescopio nel passato".
Nel freddo inverno del 1921 i membri dell'istituto di Metapsichica di Parigi
si incontrarono per mettere alla prova una veggente. Qualcuno aveva recapitato
una lettera, che, passando di mano in mano fra i presenti avrebbe dovuto
finire in quelle della medium che avrebbe dovuto segnalarne il contenuto.
Quando uno dei membri, lo scrittore Pascal Forthunny, aveva stretto la
busta nelle mani aveva esclamato: «Difficile inventare qualcosa che non riguardi
in alcun modo nessuno di noi». Dopo di che, chiusi gli occhi, aveva
solennemente detto: «Ah, sì; vedo un crimine, un assassinio...». Alla fine del
giro, l'uomo che aveva recapitato la missiva aveva dichiarato: «Signori, si
tratta di una lettera scritta da Henry Landru». Questi era un “Barbablù”, al
momento in galera con l'accusa di aver eliminato la bellezza di undici donne.
Lo scettico Forthunny si era inavvertitamente scoperto dotato di un'abilità
psichica che gli studiosi chiamano psicometria, vale a dire la capacità di
ricostruire la “storia” di un oggetto semplicemente tenendolo in mano.
Secondo lo studioso che inventò questo neologismo - un medico americano
che si chiamava Joseph Rodes Buchanan - si tratta di una dote che possediamo
tutti, solo che la maggior parte di noi non si rende conto di averla a disposizione.
Buchanan - professore di medicina nel Kentucky - incominciò a
sospettarne l'esistenza sin dal 1841. In quell'anno aveva conosciuto un prelato
di nome Leonidas Polk, il quale gli aveva confessato di essere in grado
di riconoscere l'ottone al tatto - anche nel buio più assoluto - dal momento
che in bocca gli saliva un gusto particolare. Buchanan che già si interessava
di frenologia - quella scienza che pretende di determinare il carattere di una
persona valutando l'aspetto del viso e la conformazione del cranio - era rimasto
fortemente attratto da Polk e si era ripromesso di approfondirne la conoscenza
e lo studio, ritenendolo un soggetto “frenologico” molto interessante.
Poi aveva pensato di sperimentare con i propri allievi. Impacchettati
alcuni campioni di metalli diversi in carta spessa, li aveva sottoposti alla valutazione
dei ragazzi, scoprendo con piena soddisfazione che molti non faticavano
affatto a riconoscere ottone, ferro, piombo e così via semplicemente
applicando le mani sui pacchi contenenti i metalli. Lo stesso accadeva con
sostanze come sale, zucchero, pepe, aceto.
Secondo Buchanan la risposta andava cercata nella presenza nei polpastrelli
delle mani di una «aura di nervi» che consentiva di distinguere i diversi tipi
di metalli, allo stesso modo in cui ciò avviene appoggiandoci
sopra la punta della lingua. L'idea, inoltre, sembrava
confermata dall'osservazione che
quando il soggetto operava con le mani sudate la sua capacità sensitiva ne
traeva vantaggio, in base al principio che, una pelle sudata conduce e trasmette
assai meglio che non una secca. Ma l'ipotesi aveva cominciato a vacillare
quando uno dei suoi allievi più dotati - un certo Charles Inman - riusciva
non solo a decifrare ciò che stava scritto in una lettera sigillata, ma persino
a tratteggiare il carattere del mittente. Per Buchanan la cosa era possibile
sempre grazie all'aura nervosa che chi aveva scritto la lettera lasciava nella
scrittura. Inman, straordinariamente sensibile, riusciva a catturare questa
impronta sottile attraverso la sua stessa aura e quindi a sintonizzarsi su ciò
che sembrava inaccessibile. Per farla breve, Inman riusciva così bene perché
in possesso di una sensitività fuori dal comune, un po' come succede nei cani
da caccia, il cui fiuto si è sviluppato oltre la normalità. Ma ancora una volta,
la teoria aveva preso a scricchiolare quando sempre Inman dimostrò di
riuscire a ottenere le stesse performances anche con delle fotografie - i dagherrotipi,
come venivano chiamate allora - accuratamente chiuse in buste
sigillate. Anche davanti a questa evidenza Buchanan aveva difeso la sua teoria:
la fotografia era stata in contatto con il soggetto e con la sua aura, era
sempre questa dunque che fungeva da tramite innescando la risposta del sensitivo
psicometra. Il professore dovette cedere quando scoprì che anche le
anonime immagini tratte dai giornali svolgevano la stessa funzione.
Quando un geologo della Università di Boston, il professor William Denton,
aveva letto gli studi originali sulla psicometria - ricordiamo che la parola significa
“misura dell'anima” - condotti da Buchanan ne era rimasto affascinato
e aveva deciso di sperimentare anche lui. In casa Denton aveva un soggetto
ideale, la sorella Anne “fortemente sensibile”, la quale dimostrò doti
psicometriche ancora più straordinarie di quelle di Inman ed anche la moglie
dava segno di notevoli capacità. La signora non solo era capace di descrivere
il mittente di una lettera, ma anche di tratteggiarne la figura fisica e l'ambiente
in cui viveva.
Da qui Denton aveva compiuto un primo passo avanti. Se un medium sensitivo
è in grado di catturare le impressioni inglobate in una lettera, «perché
non immaginare che anche una roccia possa essere impressionata da ciò che
le accade tutto attorno, se solo si tiene conto che il suo processo di assorbimento
potrebbe durare anni e anni?». Così a partire dal 1853 iniziò a testare
sensitivi sottoponendo loro campioni geologici e archeologici, «scoprendo,
con mia grande soddisfazione, che senza aver avuto alcun precedente contatto
con i campioni e senza averli mai neppure veduti, alcuni soggetti erano capaci
di descriverne la storia, come se questa fosse passata davanti a loro su
un grande schermo, in una vista panoramica completa». Un giorno aveva dato
ad Anne un pezzo di lava vulcanica proveniente dalle isole Hawai e la ragazza
all'istante aveva descritto «un oceano di fuoco che usciva da un precipizio,
provocando ribollimenti e schizzi giganteschi». Molto significativamente,
la donna aveva anche descritto la presenza di alcune navi. Svolgendo
un'attenta ricerca, Denton era venuto a sapere che proprio nel corso di quella
eruzione, avvenuta nel 1840, nel mare delle Hawai era presente una parte
della flotta americana. Un frammento d'osso inglobato in un pezzo di calcare
aveva invece provocato l'affascinante descrizione di un animale preistorico,
una spiaggia antichissima con dei dinosauri. Un coccio di ceramica indiana
aveva indotto la visione di tribù di pellerossa. Una scheggia meteoritica
l'immagine dello spazio infinito, con le stelle descritte come vicine e grandissime.
Un pezzo di roccia proveniente dalle cascate del Niagara aveva innescato
la visione di un torrente in piena; mentre un frammento di stalattite
aveva rievocato una grotta con pinnacoli di roccia. Per essere sicuro che i
soggetti degli esperimenti non traessero spunti di fantasiosa ispirazione vedendo
i campioni su cui si dovevano esprimere, Denton li impacchettava in
modo da renderli assolutamente indecifrabili. Un'altra osservazione importante
consisteva nel fatto che quando, magari a anche a distanza di mesi, presentava
all'osservazione un campione già testato la risposta era sempre la
stessa, vale a dire coincideva con quella già data tempo prima, anche se a volte
la descrizione era lievemente diversa.
Nel corso di uno dei tanti esperimenti, Denton aveva mostrato alla moglie il
frammento di una tessera di mosaico proveniente da una villa romana appartenuta
a Cicerone. La donna aveva centrato subito l'obiettivo, descrivendo la
villa, ma anche file di soldati che sembravano stare agli ordini del proprietario
della casa, un uomo corpulento dall'aspetto brillante, che aveva tutta l'aria
di essere un comandante. A quella rivelazione Denton non aveva potuto
nascondere la sua delusione, anche perché si tramanda che Cicerone fosse
piccolo e minuto. L'esperimento, dunque, non era del tutto riuscito. Poi, qualche
tempo dopo, mentre Denton stava scrivendo il suo libro fondamentale
sulla psicometria, L'anima delle cose, era venuto a sapere che la villa in questione
era anche appartenuta al dittatore Siila, un personaggio che si attagliava
alla perfezione alla descrizione fattane a suo tempo dalla moglie.
Un'altra lettura impressionante era stata quella innescata da un pezzo di roccia
vulcanica proveniente dagli scavi di Pompei. La signora Denton non aveva
la minima idea di che si trattasse e non aveva potuto neppure vedere il
campione. Sin da subito però aveva avuto la netta visione di una eruzione
vulcanica e in particolare proprio di quella del Vesuvio che aveva distrutto
Pompei. Anche Sherman, il figlio di Denton aveva la stessa visione, arricchita
con molti dettagli archeologici - come, per esempio, una nave con “un cigno
come polena” - poi rivelatisi storicamente accettabili.
Dopo tanti successi, Denton era eccitatissimo: Buchanan e lui avevano scoperto
una nuova facoltà umana, una specie di “telescopio nel passato”, che
avrebbe potuto consentire all'uomo moderno di penetrare nel passato ricreando
i grandi scenari della Storia. Perché, stando alla sua teoria, tutto ciò
che accade nel mondo sarebbe da sempre conservato in una specie di “cinegiornale”
(ovviamente Denton non potè usare questa parola) proiettabile a
piacere, ogni volta che si desidera.
Ma al di là dell'innegabile certezza che la facoltà della psicometria era indubbiamente
fuori discussione, Denton non si rese conto di quanto, allo stesso
modo, questa facoltà potesse anche sviare e ingannare. Il suo terzo libro
dedicato all'argomento, il già citato L'anima delle cose edito
nel 1888, contiene la descrizione di “visioni” di alcuni pianeti che sembrano, a dir poco,
strampalate. Su Venere, per esempio, crescono alberi e funghi giganteschi e
animali mostruosi che neppure la fantasia di Hieronymus Bosch avrebbe potuto
immaginare. Marte possiede una temperatura perennemente estiva (in
realtà invece sembra che non faccia molto caldo) ed è popolato da esseri
umani con quattro dita, occhi azzurri e capelli gialli. Anche su Giove vivono
esseri dagli occhi azzurri e dai lunghi capelli raccolti in trecce che scendono
fino ai fianchi, capaci di fluttuare leggeri nell'aria come dei palloncini. Evidentemente,
Sherman, il figlio di Denton a cui si deve la maggior parte di
queste descrizioni, doveva aver sviluppato quella che Jung chiama «immaginazione
attiva», non riuscendo poi più a distinguere fra ciò che questa immaginazione
gli suggeriva e le immagini che gli provenivano dalla autentica
estrinsecazione delle sue doti psicometriche.
Ciò che più di ogni altra cosa impressiona in modo favorevole il lettore moderno
che si avvicina ai testi di Denton (L'anima delle cose) e Buchanan (I
misteri della psicometria, forse un po' troppo ottimisticamente sottotitolato
Nascita di una nuova era) sta nel loro innegabile taglio scientifico, impronta
che impressionò notevolmente anche i loro contemporanei. Per loro sfortuna
però il momento storico in cui essi sperimentarono sulla psicometria coincise
con quella della nascita e del massimo fulgore dello spiritismo, diffusosi
come un lampo in America ed Europa. Nato ufficialmente col caso delle sorelle
Fox attorno al finire degli anni Quaranta dell'Ottocento, nel giro di un
ventennio lo spiritismo aveva conquistato milioni di proseliti. La scienza si
trovò completamente spiazzata, partendo al contrattacco con violente accuse
di frodi e illusioni generalizzate. Per questo, tutto ciò che in quel momento
aveva a che fare col “soprannaturale” era diventato oggetto di critica e scetticismo
e studiosi come Buchanan e Denton, seri e motivati, non vennero mai
presi in considerazione per quanto in realtà valevano. Denton morì nel 1883
e Buchanan nel 1900, ambedue completamente dimenticati e in totale anonimato.
I successivi esperimenti sulla psicometria vennero condotti negli anni Ottanta
del XIX secolo dal dottor Gustav Pagenstecher, un tedesco trasferitosi a
Città del Messico, ritenuto un materialista convinto. Appena qualche anno
dopo la fine della prima guerra mondiale, Pagenstecher stava trattando con
l'ipnosi il caso di una paziente sofferente di insonnia, la signora Maria Reyes
de Zierold. Un giorno, mentre la donna era in stato di ipnosi, aveva detto a
Pagenstecher che in quel preciso momento la figlia stava origliando dietro la
porta. E così era. Da quel giorno il medico aveva incominciato a sottoporre
Maria a test paranormali, scoprendo fra le altre cose che quando si trovava in
stato ipnotico poteva condividere le sue stesse sensazioni. Così, per esempio,
se lui si metteva un pizzico di sale o di zucchero sulla punta della lingua, anche
Maria avvertiva lo stesso gusto, oppure se lui avvicinava la fiamma a un
dito, anche Maria avvertiva la sensazione di calore e bruciore. Ad un tratto
Pagenstecher aveva provato a sperimentare con la psicometria. Come accadeva
ai soggetti di Denton, anche Maria descriveva l'oggetto e la sua storia
semplicemente prendendolo in mano. Con una conchiglia di mare,
descriveva una scena sottomarina; con un frammento di
meteorite, descriveva il lungo
viaggio nello spazio e la finale precipitazione attraverso l'atmosfera terrestre.
(«Sono terrorizzata, mio Dio!»). Il dottor Walter Franklin Prince, che
aveva invitato Maria per sottoporla ad alcuni test a nome della Società americana
per la ricerca psichica, le aveva consegnato un “fagiolo di mare”, rinvenuto
su di una spiaggia. Invece del mare, Maria aveva descritto una foresta
tropicale. Ed in effetti, i botanici confermarono che il “fagiolo” altro non era
che una specie di noce prodotta da un albero tropicale, trasportata al mare da
qualche affluente.
Un altro eminente sperimentatore in questo campo è stato il dottor Eugene
Osty, direttore dell'istituto di metapsichica di Parigi, quello stesso presso il
quale Pascal Forthunny aveva riconosciuto per via psicometrica la famosa
lettera a firma Landru. Nel suo ormai classico Supernormal Faculties in Man
Osty descrive alcuni interessanti test di psicometria da lui condotti con alcuni
sensitivi. Racconta che nel 1921 gli era stata portata una fotografia in cui
si vedeva una capsula ben sigillata di vetro trasparente contenente del liquido.
L'oggetto era stato rinvenuto presso il grande tempio di Baalbek. Una
delle sue sensitive più potenti, la signora Moral, appena presa la fotografia
fra le mani - era così sfocata che, dopo tutto, avrebbe potuto raffigurare qualsiasi
cosa - aveva incominciato a dire che quell'oggetto «le ricordava un posto
dove c'erano dei morti» e in particolare agli occhi della mente le si presentava
un uomo anziano, un vecchio. Vedeva un luogo enorme, con dei templi,
delle chiese; poi aveva descritto l'uomo, un sommo sacerdote. La capsula
in vetro conteneva il sangue di un uomo che era stato sacrificato in una terra
lontana ed era stato deposto nella tomba del vecchio sacerdote, come segno
di memento.
Lo stesso Osty non aveva idea di che cosa fosse rappresentato nella fotografia,
ma grande era stata la sua sorpresa nel venire a sapere dall'ingegnere
che aveva ritrovato la sfera di vetro che l'oggetto aveva fatto parte del corredo
funebre di una ricca tomba venuta alla luce nella valle del Bekaa.
Ovviamente, un caso come questo rimette in discussione da capo tutte le
ipotesi ufficiali sul mistero della psicometria. Infatti la teoria di Buchanan -
secondo la quale si tratterebbe della eccitazione dell'aura nervosa capace di
rendere il medium sensibile alle impressioni degli oggetti - cessa di essere
plausibile nel momento in cui le informazioni psicometriche diventano accessibili
anche tramite l'anonima fotografia comparsa su di un quotidiano,
teoricamente del tutto priva di un'impronta personale. Anche l'idea proposta
da Denton, secondo la quale un oggetto riesce in qualche modo misterioso a
“fotografare” e a “registrare” tutto quello a cui assiste sembra non reggere.
Nel caso della tessera di mosaico proveniente dalla villa romana, per esempio,
l'osservazione del mondo non avrebbe potuto che essere alquanto limitata
e, a rigore, la visione dei legionari romani della signora Denton, da quel
punto di vista avrebbe dovuto semplicemente limitarsi alle loro gambe in movimento.
Forse l'ipotesi che meglio riesce a rispondere alla realtà dei fatti, ci riporta
a quella facoltà psichica comunemente detta “chiaroveggenza”, ossia quella
particolare capacità di sapere ciò che sta accadendo in un dato luogo a una
data ora pur non essendo presenti. Però, la sensibilità di Polk di riconoscere
non al tatto ma attraverso il gusto, i diversi tipi di metallo sembra avere poco
a che fare con la chiaroveggenza. Insomma, anche in questo caso come in
molte altre regioni della ricerca paranormale tracciare una linea di discriminazione
ben nitida fra un fenomeno e l'altro sembra impossibile.
Alcuni eccellenti psicometri moderni quali Gerard Croiset, Peter Hurkos e
Suzanne Padfield hanno messo le loro qualità al servizio della polizia per risolvere
casi difficili. Suzanne Padfield è riuscita addirittura a segnalare alla
polizia sovietica le generalità dell'assassino di un bimbo senza muoversi da
casa sua nel Dorset, in Inghilterra. È comunque significativo ricordare che
certi medium, come per esempio Croiset, non amano essere
chiamati psicometri o chiaroveggenti, ma preferiscono il
termine “paragnosta”, una parola
che, molto più semplicemente, sta a indicare la capacità di un uomo di “conoscere”
ciò che sta al di là dei limiti imposti dai sensi così come li conosciamo.
 
CAPITOLO 39.
LA MALEDIZIONE DEI FARAONI.

Il 26 novembre del 1922 l'archeologo Howard Carter, tenendo una candela
fra le mani tremanti per l'emozione, penetrava attraverso una piccola apertura
ricavata nella porta nella tomba di Tutankhamon. Ciò che vide lo lasciò
sconcertato: «Ovunque, il luccichio dell'oro». Il collega Lord Carnarvon e lui
avevano fatto la più straordinaria scoperta della storia dell'archeologia. Qualche
giorno dopo venne rintracciata una tavoletta di creta con una iscrizione
geroglifica che minacciava: «Possa la morte rapire con le sue tetre ali chiunque
osi disturbare il sonno del faraone». Nell'aprile successivo
Lord Carnarvon moriva di una malattia non identificata. Nel
1929 - a soli sette anni dalla
scoperta - ben ventidue persone a vario titolo coinvolte nella clamorosa vicenda
archeologica erano morte prematuramente. «La maledizione del faraone»
incominciarono a titolare i giornali, a caccia del sensazionale; mentre gli
archeologi ovviamente negavano. Tuttavia, è per lo meno singolare immaginare
che una così lunga e luttuosa catena di eventi costituisca soltanto una
semplice coincidenza.
Tutankhamon era figlio del “grande eretico” Akhenaton (ca. 1375-1360
a.C.), il primo sovrano monoteista della storia. Egli, abbandonata la vecchia
capitale Tebe e tutti i suoi templi, ne aveva fondata una nuova che aveva
chiamato Akhetaton (l'orizzonte di Aton), innalzandola in una località oggi
chiamata Teli el Amama. Akhenaton adorava un solo dio, Aton, il Sole. Ma
la sua gente, che si sentiva più a suo agio nell'adorare cose concrete come le
immagini delle antiche divinità animali, non amava questa nuova forma di
religione e dunque non spiacque a nessuno quando Akhenaton morì in giovane
età, forse assassinato (vatti a fidare dei sacerdoti!). Al trono salì il figlio
Tutankhamon, all'epoca poco più di un fanciullo, ucciso con un colpo alla testa
all'età di soli diciotto anni. Dal punto di vista storico, pertanto, il povero
Tutankhamon non ha alcun rilievo, non è certo un faraone da ricordare. L'unica
cosa che sappiamo del suo breve regno è che restaurò l'antico culto, riportando
la capitale a Tebe. Non si sa come morì, se per una caduta accidentale
oppure per mano di un assassino.
Ma la parte più strana della storia deve ancora venire. Il capo dei sacerdoti
(una sorta di ciambellano reale) si chiamava Ay. Alla morte del giovane, sposata
la quindicenne vedova Enhosnamon, era salito al potere. Dopo soli quattro
anni un altro usurpatore, il generale Horemheb, aveva cinto la corona di
faraone. Alla morte di Tutankhamon era stato anticipato da Ay e la cosa lo
aveva colmato di risentimento e di odio. Appena divenuto faraone prese a
comportarsi come un dittatore. Come prima cosa diede ordine di cancellare
da ogni monumento e scrittura il ricordo di Akhenaton e Tutankhamon e utilizzò
il materiale che era servito per la costruzione del grande tempio solare
di Teli el Amama per innalzare tre piramidi nella città di Tebe. Persino i cortigiani
che erano stati fedeli ad Ay e a Tutankhamon ebbero le loro tombe
profanate e distrutte dal nuovo, terribile faraone.
Peccato che Horemheb dimenticasse di fare la cosa più logica: distruggere
la tomba di Tutankhamon, rilevando, fra l'altro, il suo straordinario contenuto
di tesori. Come mai accadde questo? La prima ipotesi è che il sito della
tomba fosse a tutti sconosciuto. Ma, a ben pensarci, sembra improbabile. Dopo
tutto, Horemheb era salito al trono solamente quattro anni dopo la morte
di Tutankhamon e quand'anche, in principio, la collocazione della tomba fosse
stata segreta, chissà quanti fra sacerdoti e costruttori ancora in vita avrebbero
potuto, diciamo così, essere “convinti” a rivelarne il sito. Viene spontaneo
sospettare che Horemheb non si sia mosso, lasciandola inviolata, per
qualche altro grave motivo...
Howard Carter, l'uomo che alla fine era riuscito a rintracciare la tomba, era
arrivato in Egitto da giovane - era nato nel 1873 - e ancora nei suoi vent'anni
era diventato capo ispettore dei monumenti per l'Alto Egitto e la Nubia.
Entrando in azione su suo suggerimento, nel 1902 un facoltoso americano di
nome Theodore Davis, finanziò una serie di scavi nella Valle dei Re. L'anno
prima i violatori di tombe, organizzati in bande, avevano attaccato armati le
sentinelle che sorvegliavano l'accesso all'appena scoperta tomba di
Amenhotep II - faraone assetato di sangue, bisnonno di Akhenaton - riuscendo a portar
via tutto l'oro e i gioielli. Carter, per niente impaurito, si era messo sulle
loro tracce e li aveva fatti catturare, guadagnandosi una pessima fama presso
i nativi. In breve, si era così trovato a spasso, vale a dire senza più un lavoro.
Theodore Davis lo aveva ingaggiato come disegnatore e grazie a lui era riuscito
a cogliere alcune interessanti scoperte, fra cui i sepolcri di Horemheb,
della grande regina Hatshepsut e del nonno di Akhenaton, Thutmose IV.
Durante questo periodo accadde un fatto singolare relativo alla storia della
maledizione del faraone. Joe Linden Smith, un altro esperto disegnatore abituato
a lavorare sul campo con gli scavatori, aveva una moglie ventottenne
molto carina, di nome Corinna. Fra i loro amici più intimi c'erano Arthur e
Hortense Weigel. Lui era un archeologo inglese, lei, come Corinna, una giovane
americana. Un giorno, mentre stavano discendendo nella Valle delle Regine,
Smith e Weigel avevano notato un anfiteatro naturale che nella loro immaginazione
si sarebbe prestato a meraviglia per la rappresentazione di un'opera
teatrale. Decisero, sul momento, di rappresentare il “mistero della loro
commedia” e di invitare la comunità archeologica di Luxor. Ma la finalità
non consisteva soltanto nel puro intrattenimento. I due condividevano una
profonda ammirazione per Akhenaton e per la produzione artistica sviluppatasi
sotto il suo regno, molto più vicina alla rappresentazione della natura che
non l'arte eccessivamente stilizzata caratteristica di altri periodi. Lo scopo
primario di quella messa in scena voleva dunque essere una
sorta di invocazione agli dèi affinché sollevassero lo spirito
del povero Akhenaton dalla terribile
maledizione che lo aveva condannato per l'eternità.
Stando alla tradizione, il faraone Akhenaton era morto il 26 gennaio dell'anno
1363 a.C. Smith e Weigel decisero di rappresentare il loro lavoro teatrale
il 26 gennaio del 1909 e per quella data diramarono gli inviti. Il 23 gennaio
era il giorno della prova definitiva. Il dio Horus - interpretato da Hortense
- appariva come per magia e si metteva a parlare con lo spirito errante
di Akhenaton, promettendogli di esaudire un suo desiderio. Lo spirito prontamente
rispondeva di voler rivedere la madre Tiy. Convocata con un rito cerimoniale,
Tiy compariva sulla scena per raccontare tutta la sua tristezza nel
vedere l'anima dell'adorato figlio condannata alla solitudine eterna.
Akhenaton rispondeva che anche in quella sua miseranda condizione gli era di
conforto il pensiero dell'unico e solo dio, Aton, e sollecitava la madre a intonare
un inno in onore del dio...
Ma non appena Corinna aveva iniziato a recitare la preghiera votiva, si era
levato un vento così forte da coprire la sua pur stentorea voce. Poi era scoppiato
un temporale che aveva spazzato sabbia e pietre con una tale violenza
da terrorizzare i lavoranti egizi, convinti che gli dèi stessero sfogando la loro
ira contro chi aveva osato parodiarne la vita. La prova era stata sospesa e gli
improvvisati attori erano stati costretti a riparare nel campo base, ricavato
nella tomba di Amet-Hu, uno dei potenti governatori di Tebe. Nella notte,
Corinna aveva incominciato a lamentarsi per un forte bruciore agli occhi,
mentre Hortense era stata disturbata da crampi allo stomaco. Ambedue furono
visitate dallo stesso sogno. Si trovano nel vicino tempio di Amon, al cospetto
della statua del dio, il quale, per prodigio, si era fatto vivente e con un
colpo del suo flagello aveva colpito gli occhi dell'una e il petto dell'altra, all'altezza
dello stomaco. La mattina Corinna, più che mai sofferente, si era
fatta ricoverare all'ospedale del Cairo, dove l'oculista che l'aveva visitata le
aveva diagnosticato il tracoma più infettivo - la cosiddetta oftalmia d'Egitto
- che mai gli fosse capitato di incontrare. Ventiquattro ore dopo, era stata
Hortense a essere sottoposta a un difficile intervento chirurgico allo stomaco,
nel corso del quale si era trovata in pericolo di vita. Naturalmente, la rappresentazione
non aveva più avuto luogo.
Sia Carter che Carnarvon erano stati invitati. In quel momento Carter lavorava
al servizio di Davis. Ma a partire dal 1914 Davis cambiò idea. Convinto
di aver sottratto alla sabbia del deserto tutto ciò che si poteva e di aver perlustrato
la Valle dei Re come meglio non si sarebbe potuto fare, decise di abbandonare
le ricerche e gli scavi. Carnarvon rilevò la sua concessione. Sapeva
che Davis era convinto di aver già rintracciato la tomba di Tutankhamon
in una sepoltura a pozzo all'interno della quale erano venuti alla luce piatti
dorati e alcuni altri oggetti preziosi; ma sia lui che Carter la pensavano diversamente
ed erano certi che il corredo funebre di un faraone, per quanto
giovane, non poteva limitarsi a così poco.
Il sopraggiungere della guerra ritardò l'inizio degli scavi fino al 1917. Avuto
il via, Carter aveva dunque iniziato a scavare, con precisione e certosina
meticolosità, rimovendo tonnellate e tonnellate di detriti e di sabbia smosse
anche dalle precedenti ricerche. Nel 1922 Carter pensò di aver già profuso
troppo danaro nell'impresa e che la Valle dei Re non avrebbe offerto più nulla
di interessante. Ma Carter aveva insistito, chiedendo ancora un'ultima possibilità.
Così il 1° novembre del 1922 aveva dato il via a un nuovo scavo, tracciando
un fossato in direzione sud rispetto alla tomba di Ramesse IV. Il 4 gli scavatori
rinvennero un gradino, appena sotto il livello delle fondamenta di alcune
capanne che lo stesso Carter aveva portato alla luce il precedente aprile.
Prima di sera erano dodici i gradini dissepolti, una scalinata che conduceva
a una porta di pietra sigillata. A questo punto Carter aveva dato ordine di
fermare i lavori e aveva immediatamente messo Carnarvon in
allarme, contattandolo in Inghilterra. Dopo due settimane il
compagno e socio era di nuovo
in terra d'Egitto. Insieme, i due si erano fatti strada attraverso la soglia
d'ingresso, in un'atmosfera di eccitazione via via crescente, avendo intuito
che stavano penetrando in un sepolcro conservatosi integro e inviolato. A circa
nove metri dalla prima porta ne avevano incontrata un'altra. Con mani tremanti,
Carter aveva ricavato una piccola frattura nell'angolo in alto della lastra
e aveva cercato di lanciare uno sguardo al di là. La flebile luce della torcia
gli fece intravedere le sagome di strani animali, statue dorate, monili, oggetti.
E poi un carro, figure in dimensione naturale, lettucci dorati e intarsiati,
addirittura un trono reale tutto d'oro. Ma non c'erano mummie, dal momento
che - come si scoprì dopo - questa era soltanto l'anticamera tombale.
Fu però in questa stanza che venne rintracciata la tavoletta con il già citato,
terribile monito: «Possa la morte rapire con le sue tetre ali chiunque osi disturbare
il sonno del faraone». Dopo essere stata decifrata da Carter, purtroppo,
la tavoletta era sparita: serpeggiavano già dicerie in merito fra i superstiziosi
scavatori locali. Come se non bastasse, anche su una statua del dio Horus
si leggeva una cosa simile, un severo avvertimento che annunciava nel
dio il sommo protettore della tomba. Il 17 febbraio 1923 un folto gruppo di
personalità eminenti venne invitato ad assistere in diretta all'apertura del sito
funebre. Ci vollero due ore per aprire un passaggio sufficiente da permettere
a un uomo di infilarsi nella camera sepolcrale. A questo punto soltanto un lieve
diaframma di pietra divideva gli scopritori dal più straordinario e stupefacente
sarcofago che il mondo abbia mai conosciuto. Decisero di rimandare le
ulteriori operazioni ad altra data, forse ipnotizzati dalle già grandi meraviglie
che avevano scoperto.
E così Carnarvon non riuscì a vederlo. In aprile cadde ammalato. Svegliatosi
un mattino, scottava come una stufa. Una misteriosa febbre a 40 gradi lo aveva
assalito per continuare a angustiarlo per venti giorni. I medici parlarono subito
di infezione. Forse, radendosi, si era procurato una ferita che la sabbia
del deserto aveva infettato, oppure era stato punto da qualche insetto. Andarono
a chiamare Carter; ma alle due del mattino l'amico e collega era morto.
Quando la famiglia era giunta al capezzale, convocata d'urgenza da un'infermiera,
all'improvviso tutte le luci si erano spente ed era stato necessario accendere
candele e torce. Poi la corrente era tornata e il giorno seguente si era
saputo che l'incidente era stato provocato da un black-out che aveva messo
al buio l'intera città del Cairo. In alcune versioni del racconto della dipartita
di Carnarvon si dice che, in realtà, non si seppe mai perché fosse mancata la
luce proprio in quel preciso momento; tuttavia, nessuno si è mai preso la briga
di investigare presso l'azienda elettrica della capitale per approfondire
l'inchiesta.
Stando alla testimonianza del figlio di Carnarvon, quella sera era accaduto
anche un altro fatto strano a migliaia di chilometri di distanza: mentre il suo
padrone moriva in terra d'Egitto, in Inghilterra il fox terrier di Carnarvon, dopo
aver a lungo guaito e ululato, si era accasciato morto al suolo.
I giornali non aspettavano altro. Partirono nuovamente alla carica con la
storia della “maledizione del faraone”. Parte della colpa di tutto questo scalpore
era però da addebitare al povero Carnarvon. Egli aveva infatti ceduto i
diritti di esclusiva sui resoconti delle sue straordinarie scoperte archeologiche
al giornale londinese «Times», unico organo di stampa aggiornato. Tutti gli
altri, privi di notizie chiare e attendibili, erano stati costretti a inventare i reportage,
andando a nozze ogni qualvolta la realtà dava adito di ricamare alla
fantasia dei cronisti. Ma non c'era proprio bisogno di inventarsi niente, perché
la “maledizione” continuava ad offrire spunti a dir poco agghiaccianti.
Poco dopo la morte di Carnarvon, Arthur Mace, l'archeologo americano attivo
nell'apertura della tomba, cadde in uno stato di prostrazione fisica e psicologica
che lo portò alla fine. George Jay Gould, il figlio del famoso finanziere
americano, venuto in Egitto dopo la scomparsa di Carnarvon, su invito
di Carter si era recato a visitare la splendida tomba. Il giorno dopo si era svegliato
febbricitante e nella notte se n'era già andato. Stessa sorte per Joel
Wool, un imprenditore inglese, il quale visitata la tomba era morto per una
febbre misteriosa mentre stava rientrando in Inghilterra. Una fine condivisa,
nel 1924, dal dottor Archibald Douglas Reid, un biologo inglese che aveva
sottoposto la mummia di Tutankhamon ai raggi X, stroncato da una debolezza
inspiegabile appena rientrato in patria. Insomma, nel breve volgere di
qualche mese, almeno dodici persone coinvolte in qualche modo con l'apertura
o lo studio della tomba morirono. Col 1929 il numero era salito a venti.
In questo stesso anno morì Carter, ufficialmente ucciso dalla puntura di un
insetto, mentre il suo segretario personale, Richard Bethell, lo seguì a breve,
schiantato da un collasso nel letto di casa. Nel 1925 li aveva preceduti, stroncato
da un infarto, il professor Douglas Derry, uno degli scienziati che avevano
eseguito l'autopsia della mummia di Tutankhamon. Un altro degli eminenti
studiosi, il professor Alfred Lucas gli aveva fatto compagnia, per la
stessa causa apparente, ad appena qualche settimana di distanza.
Nel suo libro La maledizione dei faraoni lo scrittore Philip Vandenberg non
elenca soltanto le morti sospette da collegare in modo diretto alla scoperta
della tomba di Tutankhamon, ma ricorda al lettore il gran numero di studiosi,
appassionati e egittologi morti prematuramente. Egli pone in risalto come
molte volte la morte sia annunciata da una prostrazione, una sorta di esaurimento
energetico - lo stesso Carter soffriva di questa forma di debilitazione,
unita a una forte depressione - e si chiede se gli antichi sacerdoti egizi non
conoscessero veleni o spore di funghi velenosi, in grado di conservare il loro
carico mortale nel corso dei secoli, con i quali proteggere le tombe dagli intrusi
non graditi. Fra le tante morti ritenute sospette e premature, si cita
François Champollion, il decodificatore della Stele di Rosetta; il grande egittologo
italiano Belzoni; il dottore di origine sveva Theodore Bilharz (da cui
il nome del disturbo noto come bilharzia); l'archeologo Georg Moller e il più
stretto collaboratore di Carter, il professor James Henry Breasted. Era stato
proprio Breasted a riferire che Carter era stato assalito dalla febbre dopo essere
sceso nella tomba e a tratteggiare un quadro clinico dell'amico e collega
decisamente angosciante: incapacità di concentrazione, “assenza” psicologica
improvvisa, estrema difficoltà nell'assumere una qualsivoglia decisione.
Carter morì a 66 anni.
Il libro di Vandenberg prende le mosse da una conversazione fra lui e il dottor
Gamal Mehrez, direttore generale del Dipartimento delle Antichità del
Museo del Cairo. Mehrez, un uomo di 52 anni, esprime con fermezza il suo
scetticismo a proposito della maledizione: «Mi guardi. Sono coinvolto con
storie di faraoni e mummie praticamente da quando sono nato. E non mi è ancora
successo niente. Sono la prova vivente che si tratta solo e soltanto di mere
coincidenze». Non l'avesse mai detto! Quattro mesi dopo veniva stroncato
da un attacco cardiaco.
Anche se lo stesso Vandenberg dichiara improbabile l'ipotesi delle coincidenze,
quando tenta di offrire una spiegazione “scientifica” dei fatti non riesce
a proporre niente di convincente; arriva anche al punto di accettare l'idea
che la causa possa essere la particolare forma delle piramidi, in grado di catturare
energia cosmica negativa per il corpo umano e che «gli Egiziani sapevano
come influire sul processo di decadimento radioattivo».
Crediamo che gli stessi antichi, se fossero presenti, sarebbero i primi a negare
queste assurdità. Per loro una maledizione si sprigionava da un rito magico,
capace di evocare e ridestare uno spirito o demone guardiano, concetti
sopravvissuti fino ai nostri giorni. Il ricercatore psichico Guy Lyon Playfair
racconta nei suoi libri gli anni trascorsi in Brasile e descrive le lunghe ricerche
per investigare su fenomeni di persecuzione da “poltergeist” che sembravano
scaturire come risultato di una maledizione, in altre parole, da un'azione
che potremmo definire di “magia nera”. Sono molti gli investigatori inclini
a ritenere il poltergeist - letteralmente “spirito burlone” - una manifestazione
inconsapevole della mente di un adolescente non ancora “equilibrato”,
capace di far volare gli oggetti in modo naturale tramite una “psicocinesi
spontanea”. Anche se Playfair accetta questa soluzione per la maggior parte
dei casi, in alcuni altri sembra lasciare intendere che il poltergeist sia innescato
dall'effettiva azione disturbante di “spiriti” disincarnati. Queste entità,
blandite con appositi rituali magici, possono essere “convinte” a perseguitare
una persona o a provocare disturbi inquietanti nella sua casa. Quando questo
accade entra allora in scena un altro specialista, il candomblé (parola ereditata
dal culto magico della tradizione africana), il quale ha il compito di
scacciare lo spirito e di riportare la tranquillità. Concetti, questi, legati agli
spiriti utilizzati per compiere azioni infestanti, antichi come l'uomo e che sostengono
la tradizione magica da secoli.
Un altro ricercatore d'oggi, Max Freedom Long, ha studiato a lungo la religione
degli Huna, un popolo delle Hawai, convincendosi che gli sciamani -
conosciuti come kahunas - erano capaci per davvero di provocare la morte
tramite la recita rituale di una «preghiera di morte». Scrive: «La verità è inequivocabile.
Per un periodo di almeno sette anni, quelli da me trascorsi a raccogliere
dati medici e epidemiologici presso il Queen Hospital di Honolulu,
non c'è stato anno in cui non mi sia imbattuto in uno o più casi in cui la vittima
moriva a causa di agenti misteriosi catalizzati da una potente azione magica,
e ciò a dispetto del prodigarsi di tutti i medici».
Long afferma che secondo la filosofia dei kahunas, l'uomo è composto da
almeno tre “io” o anime: l'io inferiore, quello mediano e quello superiore. Il
primo corrisponde grossolanamente a quella struttura psichica che Freud ha
identificato nell'inconscio. Esso sovrintende alle forze vitali e sembra possedere
una connotazione fondamentalmente emotiva. Il secondo corrisponde
alla cosiddetta “consapevolezza ordinaria”, quella che regolamenta il nostro
vivere quotidiano. Il terzo, l'io superiore, può accostarsi
alla mente superconscia e possiede poteri che ancora oggi non
siamo in grado di conoscere.
Questi tre io sono ospitati dal corpo fisico e se ne separano soltanto al momento
della morte. Capita però a volte che quello inferiore riesca a sganciarsi
in modo indipendente dagli altri due. Così facendo si trasforma in uno
“spirito legato alla terra”, del genere di quelli che provocano i fenomeni disturbanti
del poltergeist. Stando ai kahunas, l'io inferiore ha una sua propria
memoria, dote che quello mediano non possiede. È per questo che quando la
separazione coinvolge un io intermedio, questi diventa un'entità derelitta, costretta
a vagare senza costrutto, trasformandosi in quello che noi chiamiamo
un fantasma.
Long afferma che le «preghiere di morte» chiamano sempre in causa degli
«spiriti bassi», facilmente suggestionabili e riducibili all'obbedienza. Per la
povera vittima del sortilegio comincia una vera e propria tortura: mano a mano
che lo spirito gli sottrae l'energia vitale, si infiacchisce sempre di più.
Long ottenne la maggior parte delle informazioni a proposito degli sciamani
hawaiani - esperienze ricordate nel bel libro The Secret Science Behind
Miracles - da un medico di nome William Tufts Brigham che li aveva studiati
a fondo per molti anni. Ricordava un caso particolare. Un giorno aveva
assoldato un gruppo di guide e portatori hawaiani per compiere un'escursione
in montagna. Fra i portantini vi era un giovane di 15 anni che, di colpo,
era caduto ammalato, assalito da un intorpidimento che gli saliva dai piedi
con lenta progressione. Rivelò a Brigham che era vittima del maleficio di una
preghiera di morte. Alla fine si era venuto a sapere che il kahuna del villaggio,
che ce l'aveva con i bianchi, aveva inviato una preghiera di morte contro
il giovane a causa della sua frequentazione con un uomo bianco. Per lui,
chiunque lavorava con un bianco era condannato a diventare vittima di un
sortilegio di morte.
Ma anche Brigham godeva di fama di sciamano presso i locali, i quali gli
chiesero di intervenire. E lui aveva accettato la sfida, dichiarando che l'avrebbe
combattuta sullo stesso piano del kahuna. Partendo dall'assunto che era
stato assalito da “spiriti bassi”, Brigham aveva convinto il ragazzo che lui era
una vittima innocente e che insieme sarebbero riusciti a sconfiggerli, rimandando
al mittente - ossia a colui che gli aveva scagliato contro la maledizione
- quelle stesse forze negative che invece di far del male a lui avrebbero distrutto
l'agente magico. Il ragazzo aveva capito e promise che si sarebbe impegnato
per guarire. Per oltre un'ora rimase fortemente concentrato su quella
idea, poi, di colpo, la tensione e la sofferenza si erano allentati. Finalmente
riusciva a muovere liberamente le gambe e stava bene. Quando, qualche tempo
dopo, Birgham era tornato al villaggio aveva trovato il ragazzo in ottima
salute. Il kahuna invece era morto, dopo avere annunciato agli altri del villaggio
che il mago bianco gli aveva scagliato contro gli spiriti del male.
Secondo Long gli sciamani kahunas appartenevano alla tradizione magica
africana, forse dell'Egitto. «Stando alla tradizione, il loro viaggio aveva avuto
inizio dal “Mar Rosso di Kana”, immagine che ben si attaglia alla provenienza
egizia dal Mar Rosso».
Anche per gli Egizi l'uomo era un essere composito. Un corpo animato da
molte essenze spirituali. Le più importanti erano il ka o doppio (corrispondente,
grosso modo, al nostro “corpo astrale”), il ba, o cuore-anima, e il khu,
anima spirituale. Ma c'era anche Yab (il cuore-anima), il khaibit (l'ombra), il
sekhem (la forza vitale) e il ren, che corrispondeva all'essenza del nome portato
dalla persona.
Scrive Long: «In Egitto, come c'era da aspettarsi... si rintracciano non pochi
segni della presenza del sistema magico kahuna» e prosegue descrivendo
in dettaglio le credenze della religiosità magica egiziana. Dall'Egitto i kahu-
na si erano spinti fino alle isole del Pacifico, lasciando evidenti tracce del loro
passaggio anche presso la civiltà hindu.
Torniamo, adesso, al tema principale di questo capitolo. Come non riconoscere
nella debilitazione sofferta da Carter e dai tanti che vennero colpiti dalla
maledizione del faraone i nefandi effetti della preghiera di morte descritta
da Brigham e Long? Tuttavia, per riconoscerlo non pare affatto necessario instaurare
un collegamento diretto fra i kahunas delle Hawai e la religione magica
dell'antico Egitto. Perché, ammesso che Playfair e Long siano nel giusto,
è più che mai logico immaginare che se il fenomeno del poltergeist e gli
“spiriti bassi” possono essere utilizzati per delle operazioni di magia negativa,
anche gli antichi sacerdoti egizi ne facessero uso per sigillare le tombe
ponendoli come “guardiani della soglia”.
Nel suo libro Egitto segreto l'occultista Paul Brunton descrive l'esperienza
di una notte trascorsa nella Camera del Re all'interno della Grande Piramide.
Racconta della strana sensazione di non sentirsi solo, un sentimento che, poco
alla volta, gli si era manifestato come la presenza di «entità antagoniste».
«Tutto attorno a me, sembrava si accalcassero creature dementali mostruose,
orrori diabolici del mondo sotterraneo, forme grottesche, bizzarre, orribili, ributtanti,
dall'aspetto rozzo... D'incanto, come si erano presentate, erano poi
scomparse». Subito dopo, Brunton rivela di aver avvertito la netta sensazione
di essere in compagnia di un essere benevolo e di aver avuto la visione di
due antichi sacerdoti.
Secondo Vandenberg, che riporta questa notizia, il racconto potrebbe essere
solo frutto della fervida ed eccitata immaginazione di Brunton, anche se si
affretta a ricordare che quando nel 1972 aveva pure lui visitato la Grande Piramide,
una signora del gruppo d'improvviso era sbiancata, si era sentita male
e non era più riuscita a muoversi. Ripresasi dal malore, gli aveva confessato:
«È successo come se qualcuno, di colpo, mi avesse colpita con forza
per farmi del male». Stando alla guida, “attacchi” del genere erano piuttosto
comuni.
Se, dunque, questi malesseri sono il mero frutto dell'immaginazione, nulla
vieta di ritenere che anche in merito alla presunta maledizione del faraone si
possa addurre la stessa causa. Dopo tutto, a ben considerare, Carnarvon morì
a seguito di quella che sembrò essere la puntura di un insetto, altri di attacchi
cardiaci o di collassi cardiocircolatori, ossia di cause che sembrano non avere
nulla in comune con le forze negative che si sprigionano quando il soggetto
diventa vittima di una preghiera di morte Nel corso di un programma della
BBC dedicato a questo mistero, Henry Lincoln, studioso
dell'occulto interessatosi a lungo del caso esoterico di
Rennes-le-Chàteau), ha detto: «Sono
ormai convinto che non è mai esistita quella che la gente chiama maledizione
dei faraoni».
Meglio. Tutto sommato è certamente più rassicurante credere che sia proprio
così.
 
CAPITOLO 40.
LA POSSESSIONE SPIRITICA.

Mito o realtà?
Nel 1924 l'istituto nazionale di psicologia di Los Angeles pubblicava un testo
dal titolo a dir poco eclatante: Thirty Years Among thè Dead, a firma di
Carl A. Wickland. Non si trattava, come si sarebbe potuto immaginare, dell'autobiografia
di un becchino o di un custode cimiteriale, ma la testimonianza
di un più che rispettabile dottore e della sua appassionata ricerca
scientifica nel campo dello spiritismo. Superfluo sottolineare come il libro
avesse provocato la subitanea, violenta reazione del mondo accademico, con
l'unico risultato che la prima edizione è ancora oggi facilmente reperibile
nella sezione di occultismo delle bancarelle a metà prezzo. Un vero peccato,
per un libro che testimonia di un grande e serio impegno, giunto a una conclusione
sconvolgente, vale a dire che una gran parte delle malattie mentali
che affliggono l'umanità è provocata dalla «possessione spiritica».
Il dottor Wickland, nato in Svezia nel 1861, era emigrato a Chicago, dove si
era laureato, diventando poi membro della Associazione nazionale per lo sviluppo
della scienza, nonché coordinatore della sezione di Los Angeles dell'istituto
nazionale di psicologia. Arrivato a un passo dalla pensione, non avendo
ormai più nulla da perdere dal punto di vista professionale, Wickland si
era deciso a gettare alle ortiche una falsa rispettabilità per testimoniare quella
che lui riteneva fosse la verità.
Sapeva di andare incontro al ridicolo, che puntualmente lo investì. Dodici
anni prima della sua nascita, nel 1849, il movimento dello spiritismo era stato
annunciato pubblicamente al mondo nella Corinthian Hall di Rochester,
New York, e nel breve giro di pochi anni la nuova religiosità aveva letteralmente
scardinato il mondo e la realtà cristiani.
Tutto, come sappiamo, aveva avuto inizio un paio di anni prima nella cittadina
americana di Hydesville, dove nella casa della famiglia Fox si erano manifestati
strani rumori che non lasciavano riposare nessuno. Quando la signora
Fox aveva chiesto a voce alta di battere due colpi regolari qualora quelle
forze risalissero a uno spirito, la risposta era stata affermativa e nella stanza
erano echeggiati due distinti colpi. A questo primo contatto erano seguite,
sempre tramite il codice tiptologico, comunicazioni lunghe e articolate, dalle
quali era emerso che lo spirito era quello di un venditore ambulante, assassinato
in quella stessa casa dal precedente proprietario che lo aveva seppellito
in cantina. (Consultato, l'uomo aveva ovviamente negato con energia e la cosa
era finita lì; solo che una cinquantina di anni dopo in
un'intercapedine murale della cantina erano per davvero
spuntate ossa umane). Dai colpi, la manifestazione
si era poi progressivamente esplicitata nel più classico dei
poltergeist, certamente collegato alla presenza nella casa di
due sorelle, Kate e
Margaret, in piena età di sviluppo. Detto per inciso, l'infestazione si manifestava
anche in loro assenza. La cosa era comunque seria. Al punto che a causa
dei rumori e dei fruscii che sembravano provocati da un corpo che veniva
trascinato lungo corridoi e stanze, al povero padrone di casa, signor James
Fox i capelli si erano improvvisamente incanutiti. Poi lo spirito aveva segnalato
la necessità di proclamare al mondo “quella verità”. Da questo momento
in poi il movimento pseudo religioso dello spiritismo aveva mosso i suoi
passi alla conquista del mondo intero.
Di colpo, migliaia di medium e di sensitivi scoprirono di essere in grado di
entrare in comunicazione con gli spiriti. Alcuni altri, i cosiddetti medium a
“effetti fisici” dissero di poterli addirittura materializzare. Gli scienziati ortodossi
scoppiarono di rabbia, denunciando il movimento come un revival di
ignoranza e superstizione medievale e neppure la fondazione a Londra nel
1882 della Società per la ricerca psichica - ad opera di scienziati autorevoli e
filosofi - servì a stemperare questo rigetto furioso, impedendo al movimento
di guadagnarsi una certa aura di rispettabilità.
E il clima aveva continuato a mantenersi tale. Quindi niente da stupirsi se
ancora nel 1924 un libro come quello di Wickland era oggetto di ridicolo.
Questo a dispetto del fatto che qualunque lettore onesto si sarebbe accorto sin
dalle prime pagine di come l'autore non si esprimesse da settario, come un
adepto della causa spiritistica, bensì come uno scienziato, come un medico rigoroso.
Wickland racconta che tutto era incominciato con una paziente, che per
amor di anonimato chiama Bl, la quale, per il tramite della scrittura automatica,
aveva preso a comunicare messaggi che, in breve, l'avevano rivelata come
una ex attrice, costretta a finire la sua vita in un manicomio. Un'altra paziente,
«un'artista delicata e una vera signora», si credeva invece un'anima
dannata ed era usa gettarsi nella polvere e nel fango implorando la pietà divina
con tutta la potenza della sua voce. Una terza paziente, che aveva gestito
un negozio di modista, si metteva in pigiama alla finestra proclamando di
essere Napoleone e solo l'intervento della polizia riusciva a schiodarla da
quella postazione.
All'epoca (siamo verso la metà dell'ultima decade del XIX secolo) era opinione
diffusa immaginare la malattia mentale in termini esclusivamente fisiologici,
tanto è vero che alcuni illustri medici venivano nominati direttori di
case di cura proprio in virtù delle loro approfondite conoscenze sull'anatomia
del cervello umano. Lo stesso Freud all'inizio della sua carriera era un convinto
assertore di questa ipotesi (nota come organicismo) che aveva in uno
dei suoi maestri, il professor dottor Theodore Meynert, uno degli esponenti
più conosciuti. (Più tardi, Meynert si dissociò violentemente da Freud quando
quest'ultimo, rientrando da Parigi, espose la sua nuova teoria “psicologica”
sulla nevrosi, basata, come sappiamo, sull'idea del tutto rivoluzionaria
dell'inconscio). In America, in quegli anni l'ipotesi che godeva di maggiore
seguito era che la malattia mentale scaturisse da una sorta di avvelenamento
della macchina uomo, provocato anche da semplici infezioni come, per esempio,
quelle tonsillari o dentali. Ma Wickland era stato oltremodo influenzato
dal caso di un uomo giovane, Frank James, il quale a seguito di una caduta
dalla motocicletta avvenuta all'età di dieci anni, si era all'improvviso trasformato
da bambino gentile e studioso in un piccolo delinquente che aveva
trascorso la maggior parte della restante sua vita tra riformatorio e prigione.
Dichiarato malato senza via d'uscita, James era riuscito a scappare dal manicomio
criminale. Nel corso della cattura, durante la colluttazione con gli
agenti era stato colpito al capo con un manganello. Quando si era svegliato
era tornato misteriosamente quello di un tempo, vale a dire una persona a
modo, un uomo affabile ed educato.
Questo caso straordinario aveva convinto Wickland della inadeguatezza
della teoria “toxemica”. Per di più, sposatosi quando ancora era studente di
medicina con una giovane dalle chiare doti medianiche, si era imbattuto presto
nelle radici di quella che sarebbe stata la sua nuova ideologia. Un giorno
nell'ora di esercitazione Wickland aveva sezionato una gamba. Tornato a casa
aveva trovato la moglie Anna pallida e sfinita. Quando aveva cercato di
abbracciarla per chiederle che cosa avesse, lei si era ritratta con sdegno e
piangendo gli aveva domandato: «Perché, per quale motivo mi hai tagliato
così sadicamente?». Era chiaro da quella risposta che la donna aveva risposto
a nome e per conto del pover'uomo defunto la cui gamba era finita sul tavolo delle sperimentazioni universitarie. Lo spirito si era impossessato di lei e
la induceva a comunicare la sua sofferenza. Wickland, allora, l'aveva fatta
accomodare su una poltrona e aveva iniziato a interrogarla. Dapprima lo spirito
si era ribellato, lamentando che lui non aveva il diritto di toccarla. Quando
Wickland aveva fatto presente che lui era suo marito, la risposta era stata:
«Che diavolo stai dicendo, io non sono una donna, sono un uomo». Al che
era stato al “gioco” e aveva ricordato all'uomo che era morto e che il sezionamento
del suo corpo non poteva in alcun modo arrecargli dolore e sofferenza.
Poi lo spirito aveva chiesto una presa di tabacco, che Wickland si era
rifiutato di dargli, sapendo che la moglie non lo gradiva affatto. (Il giorno dopo,
tornato all'università, aveva constatato che i denti del cadavere erano tutti
macchiati da una prolungata e evidente frequentazione col tabacco). Le comunicazioni
col misterioso defunto erano andate avanti ancora per qualche
tempo, fino a quando Wickland era riuscito a convincerlo definitivamente
che era morto.
Questo episodio sconcertante convinse Wickland che un fantasma può continuare
a persistere nel mondo materiale quando non si rende conto di essere
morto, e questo accade soprattutto quando la morte avviene in modo istantaneo
e inaspettato. Un altro caso, gli rivelò che non sempre uno spirito ha la
necessità di mettersi in contatto con un medium per riuscire a manifestarsi.
Un giorno, mentre da solo stava sezionando il corpo di una donna, aveva udito
in modo distinto una voce lontana che diceva: «Ti prego, non uccidermi!».
Nello stesso istante, il foglio di un giornale che era caduto a terra si era mosso
come se strusciato da qualcosa. Qualche giorno dopo, nel corso
di una seduta, si era presentato lo spirito di una certa
Minnie Morgan, la quale aveva
detto di essere stata lei a gridare «Non uccidermi!» e ad aver stropicciato la
pagina del giornale. Anche per Minnie ci erano voluti alcuni giorni di contatti
per riuscire a convincerla di essere morta.
Nel corso delle numerose sedute che Wickland teneva grazie alla medianità
della moglie, gli spiriti si abbandonavano a rivelazioni. Quelli senza dimora
erano inconsapevoli di essere morti e si manifestavano attratti dal calore dell'aura
umana - una specie di sfera di energia che avvolge il corpo umano -
alla quale, in determinate condizioni, possono anche attaccarsi diventando
una specie di parassita mentale. In realtà, questi spiriti si trovano in una condizione
di torpore, in cui sogni e realtà si mescolano confusi e, proprio come
sovente accade nel sonno, non si rendono conto della loro situazione.
In un caso - relativo a una musicista che soffriva di un forte esaurimento
nervoso - si era presentato lo spirito di una donna che parlava un «confuso
misto» di inglese e spagnolo (lingua che la paziente non conosceva affatto).
Dopo alcuni esperimenti, Wickland aveva scoperto che la donna era in realtà
posseduta da almeno tre spiriti: quello di una certa Maria e dei suoi innamorati
rivali. Uno l'aveva uccisa in un raptus di gelosia e poi aveva ucciso il rivale
rimanendone a sua volta ferito mortalmente. Tutti e tre gli spiriti non si
erano ancora resi conto di essere morti e avevano invasato la povera musicista
malata, la cui psiche era molto labile. (Un'altra scoperta di Wickland fu
proprio quella di constatare con quale facilità persone malate o in preda a
grave turbe nervose e psichiche diventassero facile “rifugio” per gli spiriti
senza dimora). Una volta liberata dai tre spiriti infestanti, la donna era stata
assalita da quello di una bambina morta nel terremoto di San Francisco. Per
liberarla anche da questo invasamento Wickland era ricorso a una terapia basata
su lievi scosse elettriche, attraverso l'uso della macchina di Wimshurst,
in alcuni casi rivelatasi lo strumento ottimale per allontanare questo genere di
infestazioni psichiche e mentali.
Il libro di Wickland, nelle sue quasi cinquecento pagine, raggruppa una casistica
così intensa e folta che è assolutamente impossibile approfondire oltre.
Ma uno dei casi più sconvolgenti, che lo convinsero di avere a che fare
con spiriti esterni e non con forme interne di malattie nervose, aveva visto
coinvolta l'attività medianica della moglie. Nel corso di una seduta tenutasi a
Chicago nel 1904, la signora Anna aveva incominciato a tenersi la gola, tossendo
e gridando: «Toglietemi la corda, sono al buio». Quando lo spirito aveva
incominciato a parlare liberamente e con maggiore chiarezza, si era presentato
come una ragazza di sedici anni di nome Minnie Harmening, suicidatasi
nel rione di Palatine, un sobborgo di Chicago (dapprima Wickland aveva
inteso in Palestina). Un giorno nel granaio aveva incontrato lo spirito di un
uomo grande e grosso con una folta barba, il quale dopo averla ipnotizzata
l'aveva spinta irresistibilmente a impiccarsi a una trave.
All'epoca Wickland e la moglie erano in visita a Chicago e non avevano
certo sentito parlare né potevano essere al corrente del suicidio Harmening,
accaduto soltanto un mese e mezzo prima. La morte, improvvisa e ingiustificata
della ragazza, aveva scosso non solo la famiglia della giovane, ma tutta
l'opinione pubblica, dal momento che non si era risaliti ad alcuna motivazione
(anche se Wickland afferma che si trattava di una ragazza che era sempre
sembrata strana, sottintendendo una sua probabile “demenza giovanile”).
Malgrado questo, alcuni particolari sospetti erano egualmente emersi, come,
per esempio, gli abiti avvolti attorno al collo e gli evidenti segni sotto la gola.
Inoltre il suicidio, come la stessa Minnie aveva precisato, era avvenuto a
Palatine, Cook Country, nell'Illinois.
Quando nella seduta successiva queste questioni erano state sottoposte allo
spirito, Minnie aveva risposto a tono, dicendo che una volta appesa alla corda,
era quasi svenuta e come ultimo disperato gesto per liberarsi si era aggrappata
agli abiti cercando di liberare il collo dalla stretta mortale.
Sono molti i casi citati da Wickland in cui la testimonianza ottenuta per via
medianica corrobora i fatti così come realmente avvenuti. La novità di questo
caso sta, ovviamente, nella figura dello spirito dell'omone con la barba
che ipnotizza la giovane (un termine che potrebbe voler dire più semplicemente
influenza in modo determinante) fino al punto da convincerla a commettere
suicidio. Però per Wickland la sostanza delle cose è sempre la stessa:
lo spirito dell'uomo barbuto si è “impossessato” di Minnie e ne ha provocato
la morte per impiccagione.
Purtroppo, Wickland raramente si mostra attento e preciso nella segnalazione
di quelle informazioni che offrono una conferma a eventi accaduti nella
realtà e per questo non viene quasi mai tirato in ballo né considerato dai
moderni studiosi scientifici del paranormale. (In qualche modo Wickland
sembra giustificarsi di questo, asserendo come gli spiriti quando si manifestano
siano troppo confusionari e imprecisi in merito a nomi e date). Ciò che
si limitava a fare è ben testimoniato dall'amico F. Lee Howard, un sacerdote
congregazionalista, presente a una seduta in cui i Wickland tentavano di
“liberare” e guarire la figlia di alcuni conoscenti di Howard. Lo spirito che
la invasava disse di essere quello di un suicida, che precisò data e luogo. Un
sopralluogo presso gli uffici della polizia locale aveva confermato i fatti, nei
tempi, nei modi e nei luoghi. Un'altra volta, un lettore dei suoi libri aveva
scritto a Wickland dicendogli di essere pressoché certo che uno dei casi descritti
risaliva alla descrizione dei fatti che avevano coinvolto il cugino di
suo padre.
Un'altra importante osservazione che gli studiosi moderni muovono all'opera
di Wickland è che la sua ipotesi di immaginare la malattia mentale come
esclusiva intrusione nella mente del paziente di uno spirito senza dimora
è troppo ingenua e priva di sostegno scientifico. L'esempio di Frank James,
il bravo ragazzo caduto dalla motocicletta e a seguito del trauma diventato un
lestofante, oggi è facilmente spiegabile con la teoria psicologica dello “sdoppiamento
della personalità”. Questa idea si basa sulla possibilità che una volta
reciso il corpus callosum - quel groviglio centrale di gangli nervosi che fa
da ponte fra le due sezioni del cervello, spesso appositamente tagliato dai sanitari
come rimedio per l'epilessia - il paziente può trasformarsi in un'altra
persona, mantenendo attiva anche la precedente personalità, una per ciascun
emisfero cerebrale (vedi il Capitolo 63). La personalità,
diciamo così, “normale”, quella che il soggetto identifica con
l'io, vive in genere nell'emisfero
sinistro ed è di solito una persona pratica e logica e sbroglia le questioni del
quotidiano. La personalità che abita nell'emisfero destro è invece quasi sempre
intuitiva e istintiva e sembra più coinvolta con ciò che accade dentro l'individuo
che non con ciò che capita fuori. Come a dire che la parte sinistra del
nostro cervello ha una matrice oggettiva e quella sinistra soggettiva; insomma,
una è scientifica e l'altra artistica. La maggior parte di noi
è completamente all'oscuro dell'esistenza dell'altro io (il
cervello destro), specie se il
corpo calloso è integro e non reciso. Nei pazienti in cui si verifica questo
sdoppiamento, l'altro io può essere investigato scientificamente inviando degli
stimoli all'occhio sinistro (meglio, il campo visivo sinistro) o alla parte sinistra
del corpo. Come sappiamo, infatti, per un motivo che la scienza non è
ancora riuscita a indagare, la parte destra del cervello presiede alla parte sinistra
del corpo e viceversa.
In un notissimo caso del 1870, un ragazzo francese, Louis Vivé, dopo il
morso di una vipera, era rimasto paralizzato a tutte e due le gambe per ben tre
anni, periodo in cui aveva sempre avuto un comportamento tranquillo e quieto.
Un giorno era caduto in una grave crisi “isterico-epilettica”, cui erano seguite
quattordici ore di sonno ininterrotto. Una volta sveglio, Louis era un'altra
persona. Il giovane sereno e gentile di prima aveva dato luogo a un altro
ragazzo, cattivo, violento, aggressivo. Un vero e proprio delinquente. Ma, al
contrario di ciò che era accaduto a Frank James, in Louis le due personalità
avevano continuato a coesistere. La parte, chiamiamola così, “criminale” lo
faceva parlare balbettando e gli bloccava la metà destra del corpo. Un giorno,
accusato di furto e riconosciuta la sua infermità mentale, Louis era stato
internato nel manicomio di Rochefort, dove due medici avevano preso a cuore
il suo caso. Al tempo era vivissimo l'interesse per l'azione dei magneti e
di alcuni metalli, ritenuti utili nella terapia delle nevrastenie e delle forme di
paralisi isterica. I due sanitari avevano pertanto deciso di provare a sollecitarlo
con dell'acciaio nella parte destra del corpo. La terapia aveva sortito effetto:
la paralisi si era trasferita nella parte sinistra, riportando il soggetto alla
personalità precedente, quella tranquilla e gentile. Tutto ciò che il ragazzo
aveva fatto da “cattivo” era stato scordato all'istante e la sola memoria era
quella legata ai fatti vissuti nel periodo in cui era stato “buono”, anche se la
personalità negativa non era scomparsa, ma si era mantenuta latente al punto
da poter essere richiamata sotto ipnosi.
È più che evidente come la personalità di Vivé criminale fosse associata alla
parte destra del cervello; da qui, tra l'altro, anche la difficoltà nel parlare.
(Al linguaggio, infatti, presiede l'emisfero sinistro). Un altro caso celebre di
“sdoppiamento”, che sembra mettere in risalto la stessa dinamica, è quello di
Clara Fowler (ben descritto dal dottor Morton Prince nel suo libro Dissociation
of Personality, dove l'autore chiama la donna con lo pseudonimo di
Christine Beauchamp). Quando un vecchio, insospettabile amico del padre le
aveva segretamente fatto delle profferte sessuali, la giovane era caduta in depressione
ed esaurimento nervoso. Nel corso della terapia ipnotica emergeva
una nuova personalità, una specie di maschiaccio che si faceva
chiamare Sally. Capitava sovente che Sally si impadronisse del
corpo di Clara e gli facesse
compiere lunghe corse e passeggiate, per poi abbandonarlo all'improvviso,
stanco e esausto. Come nel caso di Vivé anche Sally balbettava, suggerendo
che pure questo alter ego era innescato nell'emisfero destro del cervello.(Detto per inciso, si è notato da tempo che i mancini naturali costretti a
imparare per forza a usare la mano destra, sviluppano la balbuzie).
Tutti casi interessanti, questi di Wickland. Quando però li si prova a spiegare
in termini di disordini dovuti a una personalità plurima con sdoppiamento
dell'attività cerebrale, l'impresa risulta pressoché impossibile. Prendiamo il
caso della sedicenne suicida, Minnie Harmening: non c'è ipotesi di sdoppiamento
che possa contemplare come mai la signora Anna, la medium moglie
di Wickland, fosse al corrente del triste episodio.
Ad essere sinceri, comunque, le idee di Wickland erano state anticipate di
almeno un secolo da quelle proposte nel 1855 da un educatore francese di nome
Léon Denizard Hyppolyte Rivail. Questi, tramite la frequentazione con
una certa Celina Bequet, una sonnambula - come veniva detta all'epoca una
persona che in stato di trance offriva delle comunicazioni - era venuto in
contatto con lo spirito del celeberrimo ipnotista Franz Mesmer. Accettando
senza alcuna remora di trovarsi in presenza di spiriti disincarnati che gli parlavano
- ipotesi certamente ragionevole, considerate le circostanze - Rivail
incominciò a interrogarli sulla vita dopo la morte, raccogliendo tutte queste
testimonianze in un libro subito divenuto un best-seller intitolato Il libro degli
spiriti (firmato con lo pseudonimo di Allan Kardec, così come gli era stato
suggerito dalle stesse entità che contattava).
Stando a quanto raccontato nel testo, l'uomo è una creatura composita. Il
corpo carnale è circondato da un'“aura”, dove dimorano l'anima intelligente
e quella spirituale. Lo scopo ultimo della vita umana è evolvere tramite il
processo della reincarnazione, vale a dire la rinascita dell'anima in nuovi corpi
fisici. Coloro che muoiono all'improvviso o non sono pronti ad affrontare
la morte diventano spiriti senza dimora, costretti a vagare sulla Terra, attirati
da viventi loro simili, ai quali si aggregano condividendone vita e esperienze.
A tratti la loro presenza si fa così ingombrante da essere in grado di influenzare
i viventi, che agiscono sotto quella che si potrebbe definire una potente
suggestione. Gli spiriti bassi perseguono scopi malvagi, altri sono semplicemente
dispettosi e, utilizzando l'energia dei viventi, provocano disturbi
di ogni genere: quelli che noi chiamiamo fenomeni di poltergeist. Alla domanda
di Kardec: «Gli spiriti influiscono sui nostri pensieri e sulle nostre
azioni?», la risposta era stata: «La loro influenza sugli uomini è di gran lunga
superiore a quanto normalmente si creda, perché lo fanno spesso senza
che noi ce ne accorgiamo». Interrogati sulla “possessione”, gli era stato detto
che uno spirito non può materialmente impadronirsi del corpo carnale, fisico
di un vivente, ma è in grado di associarsi a qualcuno che ne condivida
difetti e qualità, arrivando a dominarlo in modo quasi totale. In altre parole,
questo genere di entità possono definirsi “parassiti della mente”.
Se si dà retta a Wickland, uno dei più famosi delitti
dell'inizio del XX secolo sarebbe dovuto all'influsso di uno spirito malvagio. La sera del 25 giugno
1906, un giovane e ricco libertino di nome Harry Thaw se ne stava tranquillamente
seduto in galleria al Madison Square Garden assistendo, in compagnia
della moglie, alla recita di una nuova opera teatrale. Prima di sposarsi,
la signora Thaw era stata Evelyn Nesbit, una splendida modella e showgirl,
che Harry era riuscito a convincere a trasferirsi in Europa. Poi il rapporto era
cambiato, a causa dell'uomo, che alzava le mani troppo spesso, al punto che
una volta la povera Evelyn era stata costretta a letto per un paio di settimane
a causa delle botte patite. Da quando poi, nel corso di uno dei tanti litigi, la
bella signora, inviperita, aveva confessato di essere stata defiorata a soli
quindici anni da Stanford White, l'architetto cui si doveva il Madison Square
Garden, Harry Thaw si era trasformato in un marito geloso e perfido. Quella
sera, finito lo spettacolo, Thaw, scorto per caso White seduto a un tavolo,
lo aveva avvicinato e senza profferir parola lo aveva freddato con tre colpi di
pistola.
Al processo, la moglie aveva raccontato fin nei minimi particolari la squallida
vicenda della violenza sessuale subita da White, un uomo di trent'anni
più vecchio di lei, che aveva abusato della sua innocenza, dopo averla circuita
e ubriacata con lo champagne. («Quando mi ero svegliata, stavo in un letto,
completamente nuda, fatta eccezione per un succinto indumento intimo
color rosa», in merito vedi The Untold Story della stessa Evelyn Nesbit del
1934). Alla fine, la giuria non era riuscita a addivenire a un parere unanime e
tutto era stato rimandato a un secondo processo. In questo il signor Thaw non
era stato riconosciuto colpevole, ma infermo di mente e rinchiuso in un manicomio,
da cui era riuscito a scappare nel 1913.
Tre settimane dopo l'assassinio, il 15 luglio del 1906, nel corso di una intensa
seduta medianica, la signora Wickland era svenuta e caduta a terra.
Adagiata su una poltrona, ripresasi aveva esclamato con una voce brusca:
«Cameriere, portatemi da bere!». Alla richiesta di descrivere dove si trovasse,
aveva aggiunto: «Ma che domande, al Roof del Madison Square Garden».
Poi, di colpo, aveva incominciato a tremare in tutto il corpo, perché stava osservando
delle persone morte e si era precipitata fuori dalla stanza. Non appena
il primo spirito aveva abbandonato la signora Anne, un altro era subentrato,
con un grido di esultanza: «L'ho ucciso, alla fine, quel cane!». Ma non
si trattava di Harry Thaw, bensì dello spirito di un certo Johnson, ed era stato
proprio lui a spingere Thaw a fare fuoco sull'inerme White, perché «era
andato troppo oltre con le nostre figliole». (In effetti, White aveva fama di seduttore,
con un occhio di riguardo per le fanciulle del coro del teatro. Correva
voce in città che avesse addirittura affittato un piccolo alloggio dove condurre
le ragazze; all'epoca Thaw era però della stessa pasta). Quindi si era
manifestato un altro spirito, quello del padre di Thaw, il quale si era appellato
ai presenti affinché intraprendessero una qualche azione per scagionare e
salvare suo figlio Harry: «salvate il mio ragazzo». (Thaw senior era mancato
da alcuni anni e Harry era cresciuto con una madre troppo indulgente, che gli
aveva consentito di fare tutto ciò che desiderava). Lo spirito del genitore,
aveva poi rivelato che la personalità del figlio era ormai soverchiata da quella
di uno spirito vendicatore. Poiché Harry aveva doti medianiche, lo spirito
ne aveva approfittato e nel momento dell'omicidio lo aveva posseduto al di
là della sua volontà, quindi il figlio doveva considerarsi innocente.
Nei diversi testi che si occupano di questo caso, compreso quello scritto dalla
stessa Evelyn Nesbit, non emerge alcuna osservazione attestante una presunta
medianità di Harry Thaw, anche se dalle pagine della moglie, l'uomo
viene fuori come un adulto con la mente di un bambino. In un brano leggiamo:
«Se Harry fosse nato povero, lo avrebbero presto rinchiuso in un manicomio».
Nel corso del processo venne tratteggiato come infermo di mente,
malattia ereditata in famiglia; in effetti il fratello più vecchio, certo Orazio, si
era già spento in un ricovero per malati di mente. Molte sono le scene collegate
alla pazzia del marito raccontate da Evelyn, come, per esempio, le sue
assurde reazioni al ristorante. Se solo un cameriere si azzardava a spazzolare
la tovaglia per tirar via le briciole di pane, Harry diventava furioso, la strappava
dal tavolo facendo cadere a terra tutte le stoviglie. Insomma, era chiaro
che la mente dell'uomo non era sana. (Questi scatti di follia svanivano all'istante,
nello stesso modo in cui arrivavano, lasciando sul viso inebetito di
Harry un sorriso radioso). Se questo caso non supporta l'ipotesi della possessione
e del malefico influsso di uno spirito vendicativo, non ci sono dubbi
che certamente conferma l'idea di Wickland secondo la quale sono proprio i
tipi come Thaw ad essere maggiormente esposti alla possessione da parte di
uno spirito senza dimora.
Esiste una piccola certezza in merito al fatto che lo spirito del padre di
Harry fosse realmente chi diceva di essere. Una dichiarazione in cui lo spirito
pregava Wickland di «contattare la moglie e il legale di famiglia, signor
Olcott», che risultò essere per davvero il legale della famiglia Thaw, una notizia
che la signora Anne Wickland non poteva conoscere.
Uno dei lavori classici dedicati alla possessione da parte degli spiriti è Possession,
Demoniacal and Other (1921) a firma del professor T.K.
Oesterreich di Tubinga. Per lui l'idea dell'invasamento è
assurda e la vera spiegazione
sta nell'isteria e nella malattia mentale. Egli rinnega anche la teoria dello
sdoppiamento della personalità, non ammettendo che la personalità umana
possa in qualche modo dividersi. A sostegno della sua teoria sull'isterismo, il
professore segnala il lungo racconto del celebre caso di “Achille” presentato
dal professor Pierre Janet. Achille, un benestante di origine campagnola, andato
a vivere in città si era maritato in giovane età. Nell'inverno del 1890, all'età
di trentatre anni, era tornato a casa da un giro d'affari in una condizione
psichica di grave abbattimento. Da quel momento era diventato sordo. Un
giorno, all'improvviso, era corso ad abbracciare la moglie e il figlio e poi era
piombato in uno stato catalettico durato due giorni. Destatosi, era stato preda
di allucinazioni: credeva di trovarsi all'inferno, con i diavoli che lo bruciavano
e lo riducevano a brandelli. Diceva che la casa era piena di diavoli e che
lui stesso era invasato da un demone. Dopo una lunga serie di tentati suicidi,
Achille era stato ricoverato all'ospedale psichiatrico della Salpètrière di Parigi,
all'epoca presieduto dal celebre professor Charcot, che aveva affidato il
caso a Janet.
Questi lo aveva accettato volentieri, scorgendo in Achille
tutti i sintomi della possessione demoniaca, come descritta
nei testi medievali: a gran voce il
pover'uomo malediceva Dio, poi subito dopo, pentito, con la vocina di un
collegiale faceva sapere che lo aveva fatto non per sua volontà, ma perché
costretto dal demone che lo abitava.
Dapprincipio ogni tentativo di comunicare da parte di Janet era fallito. Poi
la soluzione era venuta fuori, quando Janet si era accorto della continua assenza
mentale di Achille: come quando si cerca l'ombrello che si crede perduto
e lo si sta stringendo saldamente in una mano. Quando Achille si scatenava,
Janet gli metteva fra le mani una matita e, suggerendoglielo piano nell'orecchio,
gli ordinava di scrivere, quasi come se la matita avesse dovuto
comportarsi come un'entità a sé stante. La matita infatti aveva scritto: «Non
voglio». Al che Janet aveva domandato: «Dimmi chi sei». E la matita: «Il
diavolo». «Vorrai mica che ti creda - aveva incalzato Janet - esigo almeno
una prova convincente. Saresti in grado, per esempio, di far sollevare ad
Achille il braccio sinistro contro la sua volontà?». «Ma certo» e Achille aveva
immediatamente alzato il braccio. «Perché stai facendo tutto questo?»
aveva chiesto Janet ad Achille, il quale destatosi all'improvviso non aveva risposto,
stupito però di starsene con un braccio sollevato in aria.
Il demone dimostrava la sua influenza inattaccabile inducendo al ballo
Achille, facendogli tirar fuori la lingua senza motivo oppure baciare con passione
un pezzo di carta qualsiasi. Janet chiese al demone se poteva far cadere
Achille in un sonno profondo. Dopo un attimo l'uomo era in trance. In
questa condizione, il professore poteva provare a interrogarlo in merito alla
sua malattia. Achille aveva allora confessato che nel corso di quel giro d'affari
era stato infedele alla moglie. Il senso di colpa lo aveva attanagliato, provocandogli
la terribile depressione e tutti quegli strani sintomi che aveva manifestato
da quel momento in avanti. Approfittando della sua elaborazione allucinatoria,
Janet convinse Achille che nella stanza in cui stavano parlando
era sopraggiunta la moglie, la quale non solo era già al corrente della sua
scappatella, ma lo aveva ampiamente perdonato. (Non è chiaro dal racconto
di Janet, se la moglie fosse per davvero presente in ospedale, oppure no). Fatto
sta che da quella seduta in poi Achille era completamente guarito e si era
liberato dalla infestazione demoniaca che gli aveva reso la vita impossibile.
Si tratta di un caso notevole. Tuttavia, come esempio di casistica che rigetta
la teoria degli spiriti, è aperto a un'osservazione contraria piuttosto pesante.
Stando a Wickland, infatti, le persone più adatte a diventare degli ossessi
posseduti dagli spiriti sarebbero coloro che soffrono di traumi nervosi o stati
psicologici di profonda depressione, vale a dire proprio il caso di Achille, il
quale avrebbe benissimo potuto essere invasato da uno spirito malvagio che
avrebbe profittato della sua ingenuità e del suo stato psicologico delicato;
tanto è vero che una volta sentitosi perdonato, lo spirito lo aveva abbandonato
all'istante.
Nella sua introduzione al libro Possession di Oesterreich, Anita Gregory, ricercatrice
nel campo del paranormale, si mostra alquanto critica nei confronti
dell'opera di Wickland, Thirty Years Among thè Deads. In tutti i casi citati
c'è un particolare comune: convincere lo spirito che la
persona da cui pròviene è morta; senza contare che il suo
racconto di come gli spiriti di Madame
Blavatsky e di Mary Baker Eddy si dicano pentiti di aver diffuso nel mondo
una falsa dottrina, è per la Gregory quasi ridicolo. Allo stesso tempo, però,
la stessa Gregory osserva come il crudo razionalismo di Oesterreich sia eccessivo
e poco convincente, dando mostra di ignorare apposta alcune tematiche
disturbanti.
Forse l'esempio più limpido di come Oesterreich fallisca nel raggiungimento
del suo obiettivo, sta nel celeberrimo caso di possessione, quello passato
alla storia della ricerca psichica come “la meraviglia di Watseka” ad opera di
una ragazza di nome Lurancy Vennum. Nel luglio del 1877, Lurancy era una
bimba tredicenne di Watseka, nell'Illinois, dotata di grandi poteri medianici
e di una forte predisposizione alla trance. L'11 febbraio del 1878, ipnotizzata
dal medico del posto, Lurancy aveva annunciato che nella stanza si trovava
lo spirito di una certa Mary Roff. Poiché alla seduta era presente il signor
Roff, questi era scattato in piedi gridando: «Ma è mia figlia!». Mary era mancata
dodici anni prima, a soli diciotto anni. Ora le era stato concesso di mettersi
in contatto con loro, utilizzando come tramite il corpo della medium, ma
per non più di tre mesi.
Il giorno dopo Lurancy disse di chiamarsi Mary Roff. Chiese di essere portata
nella sua casa, quella dei Roff e qui giunta si era subito ritrovata, riconoscendo
ogni angolo della dimora dove era vissuta per diciotto anni prima di
morire, un luogo, ovviamente, che Lurancy non conosceva affatto. Aveva anche
subito riconosciuto la sorella di Mary, che stava alla finestra. Nel corso
delle successive settimane, Lurancy-Mary mostrò di conoscere e ricordare alla
perfezione tutto ciò che riguardava la famiglia Roff e il suo passato di figlia
con tutti gli avvenimenti salienti più lontani, tutte informazioni di cui la
medium non poteva avere in alcun modo nozione. Il 21 maggio Lurancy disse
a malincuore che purtroppo il tempo a disposizione era finito e che lei
avrebbe dovuto rientrare a casa. Qui, appena giunta, era ritornata la Lurancy
di sempre. Il caso, che suscitò grandissimo scalpore, venne studiato dallo
scettico Richard Hodgson, uno dei membri più sospettosi e diffidenti della
Società per la ricerca psichica, il quale non potè fare a meno di riconoscerlo
genuino.
Chi legge il rapporto di Hodgson sui fatti di Watseka difficilmente riesce a
trovare una qualche smagliatura. Mary aveva segnalato così tanti e precisi
particolari della sua vita e della storia della sua famiglia - eventi intimi, che
solo un familiare avrebbe potuto conoscere - da respingere ogni idea di truffa
o contraffazione, al punto che ancora oggi questo episodio può essere considerato
con buona ragione il più convincente caso di possessione che la storia
della ricerca psichica annoveri. Ma Oesterreich si limita semplicemente a
citare un brevissimo sunto dei fatti redatto da William James nel suo Principi
di psicologia senza neppure provare a farne una valutazione, anzi andando
velocemente oltre, del tutto indifferente e sordo all'osservazione dello stesso
James che constatava la «plausibilità dell'interpretazione spiritualistica del
fenomeno». La stessa Anita Gregory chiude la sua introduzione ammettendo
di non essere del tutto convinta che ogni caso citato
dall'autore debba necessariamente ricondursi a una frode, uno
scherzo, ai sogni immaginari di lunatici
e psicopatici. Tanto da chiudere affermando: «E così non posso fare a meno
di concludere dicendo che questi fenomeni citati da Oesterreich per essere
definiti in via conclusiva necessitano ancora di molta considerazione e
dunque di una spiegazione chiara».
Uno dei cavalli di battaglia di Oesterreich risale al famoso caso dei “diavoli
di Loudun”, oggetto nel 1952 di un attento esame da parte di
Aldous Huxley, sfociato nel libro dall'omonimo titolo. Nel 1633 Urbain Grandier, vescovo
della cittadina di Loudun in Francia, venne accusato di aver indemoniato
un gruppo di monache del convento locale, in merito alle quali correva voce
fossero tutte possedute dal diavolo: esse bestemmiavano e gridavano oscenità,
gettandosi a terra e denudandosi per mostrare le parti più intime del corpo.
Grandier, da parte sua, era ben noto per alcune nefandezze - aveva ingravidato
due penitenti e sedotto molte altre - e si era fatto un bel po' di nemici.
Gli inquisitori che si recarono a Loudun, testimoniarono di aver rintracciato
sul suo corpo alcune impronte sataniche. Nel corso del processo -
detto per inciso, una farsa - Grandier era stato riconosciuto colpevole e condannato
a essere bruciato vivo sul rogo. Anche sotto tortura e persino sul patibolo,
Grandier aveva sempre negato le accuse, proclamandosi innocente.
Infatti, la sua morte non cambiò la situazione e le suore continuarono ancora
per molti anni nelle loro pratiche di indemoniate.
Al pari di Huxley, anche Oesterreich afferma che il caso si sarebbe potuto
risolvere senza tutto quel trambusto semplicemente inquadrandolo in una dinamica
di isteria collettiva, mentre un'altra autorità del campo, Rossell Hope
Robbins, nella sua opera Encyclopedia ofWitchcraft and Demonology va
ancora oltre, parlando di evidente impostura. Ma ad una attenta lettura dell'opera
di Huxley ambedue queste ipotesi cadono. Risulta evidente che la
deviazione a sfondo sessuale che invasò le monache fece sin da subito pensare
erroneamente a un attacco demoniaco; la stessa madre superiora, suor
Giovanna degli Angeli, ammette nella sua autobiografia di non aver neppure
provato a contrastare l'invasamento, perché troppo profondamente deliziata
dalle insidie e dai godimenti sessuali provocati dai demoni che la possedevano.
Più difficile comprendere la reazione e ciò che in seguito era capitato agli
esorcisti chiamati a giudicare. Padre Lattanzio, quello che caldeggiava le torture,
era stato invasato anche lui e, impazzito, era morto da lì a un mese; cinque
anni dopo padre Tranquillo era morto di esaurimento dopo mesi di lotta
terribile e fiera contro quelli che lui chiamava gli “invasori” del suo corpo,
quelli che, per il suo stesso stupore, lo costringevano a gettarsi per terra dimenandosi,
per urlare oscene bestemmie, che non gli riusciva in alcun modo
di controllare. Stessa fine era toccata a padre Luca, uno degli altri persecutori
di Grandier. Il “cacciatore di streghe” dottor Mannouri era pure lui impazzito.
Persino padre Jean-Joseph Surin, riconosciuto da tutti come un sant'uomo,
recatosi a Loudun dopo l'esecuzione del malcapitato Grandier, per cercare
con la sua autorità di liberare una volta per tutte il convento dall'ossessione
satanica, era stato assalito dalle presenze demoniache,
andando incontro nei restanti venticinque anni che ancora
aveva da vivere a violenti attacchi
demoniaci.
Suona davvero difficile immaginare che un'isteria per quanto forte e collettiva
possa produrre risultati simili. In una lettera Surin racconta come “spiriti
alieni” negativi, lo assalgano tutti insieme «costituendo dentro di me un altro
io, come se avessi due anime». Considerando la completezza degli eventi,
Anita Gregory ammette: «Non credo che chi si avvicina alla disamina di
questo caso, possa con tanta serenità affermare che il pandemonio successo
in quel di Loudun possa semplicisticamente ascriversi a una allucinazione
continuata e collettiva». E se solo si tiene a mente l'osservazione di Kardec
secondo la quale «uno spirito non entra in un corpo come si entra in una casa...
ma si assimila alla personalità del soggetto vivente, col quale sente di
condividere difetti e pregi», l'ipotesi che i fatti di Loudun siano stati provocati
da quegli spiriti che Wickland chiama senza dimora, non sembra per nulla
assurda, anzi assai più logica e accettabile che non quella che parla di un'isteria
religiosa.
Non è affatto facile tracciare una chiara linea di confine fra i fenomeni di
possessione e quelli identificati di poltergeist. Come si è detto, il poltergeist
è lo “spirito burlone” che fa volare gli oggetti, spostare i mobili e tutto quanto
testimoniato in numerosi rapporti scientifici dove i fatti sono stati indubitabilmente
provati come concreti e reali. Stando alla ipotesi più diffusa, questi
fenomeni sono forme spontanee di psicocinesi (dominio della mente sulla
materia) messi in atto dalla mente inconscia di un adolescente in via di sviluppo
e non ancora formato dal punto di vista psicologico, anche se questa
idea, per quanto valida, non riesce in alcun modo a giustificare come possa
una psiche instabile avere la forza di spostare mobili pesanti e di far volare
oggetti nell'aria. (Se solo si pensa che esperimenti di laboratorio riusciti hanno
al massimo evidenziato lo spostamento dell'ago della bussola, oggetto minimo
e di nullo peso). Secondo gli spiriti informatori di Kardec,
il poltergeist è provocato dall'azione di spiriti ancora
legati alla Terra, i quali, in determinate
circostanze e situazioni, sono capaci di risucchiare energia dai viventi
(in genere frustrati e insoddisfatti sia a livello psichico che sessuale) ed utilizzarla
per azioni dispettose se non malvage.
Nel celebre caso di Amherst del 1878 il fenomeno si manifestò nella casa di
una giovane donna nubile, Esther Cox, che viveva con la sorella e il di lei
marito, Daniel Teed. Dopo un tentativo andato a vuoto di violenza carnale nei
suoi confronti, il ragazzo di Esther era sparito dalla circolazione, lasciandola
in una profonda depressione. Qualche giorno dopo erano iniziati i disturbi,
consistenti in strani e insistenti grattamenti, simili a quelli provocati da un topo,
provenienti da una scatola che stava sotto il suo letto. Qualche notte dopo,
in preda a un violento attacco isterico, il corpo di Esther si era gonfiato
come un pallone. C'erano stati due forti colpi, dopo di che il corpo si era sgonfiato,
lasciandola addormentata e sudata in uno stato di estrema prostrazione.
Le cose si erano ripetute due giorni dopo, con la novità delle coperte del letto
che si scompaginavano da sole e del cuscino che si era gonfiato come una
botte. Fra lo stupore della famiglia, radunata attorno al letto, si era avvertito
un forte colpo e sul muro una mano invisibile aveva scritto: «Esther sei mia
e ti ucciderò». In alcuni momenti, quando il fenomeno infestatorio si manifestava
all'apice, la povera ragazza si trasformava in una potente calamita umana,
capace di attirarsi addosso gli oggetti metallici, coltelli da cucina compresi.
Poi era iniziata la fase della combustione spontanea, finché un giorno
Esther era stata accusata dell'incendio di un fienile e condannata a quattro mesi
di detenzione. Una volta rilasciata ogni manifestazione era scomparsa.
Dieci anni dopo, nel 1899, una fattoria del Quebec gestita da un certo George
Dagg divenne il centro di un'altra serie di incredibili manifestazioni da
poltergeist: secchielli di latte rovesciati, piccoli fuochi scoppiati improvvisamente,
sbattimento di porte e finestre, perdite e spandimenti d'acqua sui
pavimenti. Nella fattispecie, la causa scatenante era una giovane orfana di
nome Dinah McLean. Il poltergeist l'assaliva sovente, facendola piangere.
Al pari di Esther Cox, Dinah diceva di sentire la voce dello spirito, peraltro
avvertita da lei soltanto. Poi lo spirito aveva incominciato a parlare con una
voce profonda, vomitando tremende oscenità e dichiarando che si trattava
della manifestazione del diavolo. Dopo alcune comunicazioni col signor
Dagg - nel corso delle quali aveva ammesso di essere la causa degli incendi
improvvisi e del lancio di pietre - lo spirito aveva preannunciato che la
successiva domenica avrebbe posto termine all'infestazione. Alla notizia si
era radunata una piccola folla fra parenti e vicini, ai quali lo spirito si era rivolto
con grande libertà, rivelando aspetti particolari della loro vita. (Anche
nel caso delle sorelle Fox, il poltergeist era stato capace di dispensare informazioni
e notizie a tutti i vicini accorsi per constatare di persona gli straordinari
fenomeni spiritici). Lo spirito aveva anche provato a ingannare tutti,
dicendo che quello che si era manifestato in precedenza altri non era che un
angelo inviato da Dio, ma poi si era smascherato da solo contraddicendosi
quando aveva ripreso a parlare in modo sboccato e licenzioso. Alla fine,
l'entità aveva promesso che la mattina dopo se ne sarebbe andata, ma solo
dopo aver preso congedo dai bambini del villaggio. In effetti, da quello che
riportano le cronache, il giorno dopo nella piazza del paese, piena di bambini
vocianti, era comparso un bell'uomo alto vestito di bianco che, scelti a caso
due bimbetti - Mary e John - li aveva presi in braccio, complimentandosi
col bambino per la sua bontà. Ciò detto li aveva rimessi a terra e si era involato
in cielo. Dopo questo fatto straordinario il fenomeno infestatorio era
scomparso.
Abbiamo dunque visto come in alcuni casi, fra cui
quest'ultimo, il poltergeist si mascheri sotto le sembianze di
una manifestazione satanica, ma non
ne abbia in realtà le caratteristiche e la spiegazione migliore, come per esempio
nel caso dei cosiddetti diavoli di Loudun, sia quella che ci riporta a spiriti
senza dimora ancora profondamente legati alla Terra.
Un altro studioso convinto che i fenomeni di possessione si debbano ricondurre
all'azione degli spiriti è Max Freedom Long, un insegnante americano
approdato ventisettenne alle isole Hawai nel 1917, dove aveva avuto modo di
studiare in modo approfondito i principi della magia locale, con particolare
attenzione verso i kahunas, ossia “coloro che conservano i segreti”, ultimi
rappresentanti dell'antica religione locale degli Huna. Stando alle credenze
huna, l'uomo sarebbe composto da un triplice insieme: l'io inferiore, quello
intermedio e quello superiore o alto. Il primo è soprattutto emotivo e corrisponde
all'inconscio di Freud. Il secondo è il nostro io ordinario, quello della
vita quotidiana, la consapevolezza che ci guida ogni giorno. Il terzo, invece,
si potrebbe assimilare al superconscio e sarebbe in grado di vedere nel futuro.
Al momento della morte le tre componenti si separano. L'io inferiore
può diventare un poltergeist, mentre quello intermedio un fantasma. Nel libro
in cui descrive le sue investigazioni - dal provocatorio titolo The Secret
Science behind Miracles - Long affronta anche il problema dello sdoppiamento
della personalità, sostenendo che anche in questo caso si tratta di una
possessione da parte di uno spirito basso o di uno intermedio, se non addirittura
di due insieme. In merito, cita il caso di una ragazza californiana, perseguitata
da una seconda personalità che da anni si impossessava della sua volontà
e del suo corpo. Quando i medici che avevano in cura la ragazza avevano
tentato, con un'operazione di sintesi, di mettere insieme e amalgamare
le due personalità, si era presentata una terza entità, che li aveva pregati di lasciare
stare la giovane così com'era, con due spiriti che la abitavano. Se non
le avessero dato retta, se ne sarebbe andata e li avrebbe lasciati soli con quel
corpo. Stando a Long, quella terza personalità era il super io della ragazza,
che vigilava sulla sua integrità.
Due eminenti ricercatori americani sono giunti a concludere che la possibilità
della possessione spiritica sia qualcosa di più di una teoria azzardata. Il
primo è il filosofo William James, convertito allo spiritismo dalla potentissima
medium Leonore Piper, guidata da un “controllore”, che si faceva chiamare
Phinuit, capace di rivelare a James informazioni che nessun altro se non
lui stesso poteva conoscere, James era rimasto così impressionato da arrivare
a ammettere che, come un medium poteva accogliere dentro di sé un'entità
disincarnata che si poteva così mettere in contatto col mondo dei vivi, allostesso modo entità malvage avrebbero potuto benissimo spiegare il concetto
di “possessione demoniaca”.
Un altro scettico di prima qualità era il professor James Hyslop, pure lui avvicinato
alla causa spiritista dalla signora Piper. In realtà, Hyslop vantava
qualche motivazione in più del normale nell'accettare come fonte di verità
l'ipotesi che la possessione dipendesse dall'operato degli spiriti. Quando nel
1907 Hyslop vestiva la carica di presidente della Società americana per la ricerca
psichica, aveva conosciuto un orafo, Frederick Thompson, convinto di
essere stato invasato dallo spirito disincarnato di un pittore, Robert Swain
Gifford, che aveva incontrato una sola volta. Dopo la sua morte, Thompson
aveva incominciato a sentire la voce di Gifford che lo spronava a disegnare e
dipingere, attività che non aveva assolutamente mai coltivato né, tanto meno,
svolto. Sebbene Thompson non avesse mai amato la pittura, si era lo stesso
cimentato per dare soddisfazione alla voce che glielo aveva chiesto e, con sua
grande sorpresa, si era reso conto di dipingere con lo stesso stile di Gifford.
Una cosa che aveva convinto Hyslop della genuinità della testimonianza,
consisteva nel fatto che Thompson era in grado di dipingere paesaggi da lui
mai visitati, ben noti invece a Gifford. Lo studio di alcune di queste tavole ribadì
che si trattava proprio di opere recenti di Gifford, così come le aveva lasciate
ai posteri e perfettamente simili, se non uguali, agli schizzi da lui eseguiti.
Si trattava, ovviamente, di lavori visti da pochi e di certo non da Thompson.
Quando, qualche tempo dopo, lo stesso Hyslop aveva visitato le regioni
costiere e acquitrinose del New England aveva immediatamente riconosciuto
in quegli struggenti paesaggi gli scenari dipinti da Thompson-Gifford.
Per meglio studiare il personaggio Thompson, Hyslop si era rivolto anche a
un neurologo, il dottor Tito Bull, il quale era approdato alla conclusione che
moltissimi casi diagnosticati come malattia mentale in effetti avrebbero anche
potuto contemplare la cosiddetta “possessione”. In un caso, un paziente,
che aveva patito un fortissimo colpo alla testa, aveva dichiarato di essere posseduto
dallo spirito di un pittore di nome Josef Selleny, già amico dell'imperatore
Massimiliano, il quale lo spingeva, incoraggiandolo alla pittura. (Come
il lettore ricorderà, per Wickland questo genere di incidenti in cui il soggetto
subisce un forte colpo alla testa è fra quelli indicati come recettivi all'innesco
di una possessione da parte delle misteriose entità che governano il
fenomeno).
Una lunga e impegnativa ricerca condotta da una delle assistenti di Bull, signora
Helen Lambert, era poi riuscita a riportare alla luce del sole il nome di
Josef Selleny (anche se i vari testi consultati parlavano tutti erroneamente di
Joseph), che era stato realmente un intimo amico dell'imperatore Massimiliano.
Una medium al servizio del dottor Bull aveva poi aggiunto che il paziente
era ossessionato da un certo numero di presenze, una delle quali a volte
amava prendere possesso del suo corpo e minacciare Bull prendendolo per
il collo.
Poco alla volta, lo sforzo terapeutico era riuscito a convincere tutti gli spiriti
a lasciare quella dimora e ad andarsene. Il racconto della signora Lambert,
ripreso nel suo libro dal titolo A General Survey ofPsychic Phenomena, sembra
molto vicino a quelli presentati da Wickland nelle sue opere. Tra i non
moltissimi eventi credibili, non c'è dubbio che quello del signor Bull deve
essere considerato come uno dei più significativi nel novero di quelli conservati
negli annali della ricerca psichica: peccato che la maggior parte delle testimonianze
e dei documenti sia andata irrimediabilmente perduta.
Chiaramente, punti di vista come quelli proposti da William James e Tito
Bull non sono condivisibili per un gran numero dei medici e degli scienziati.
Ciò malgrado, anche in questi ultimi, recentissimi anni, immaginare la possessione
come causa primaria di alcune malattie mentali ha trovato alcuni
buoni riscontri presso due eminenti psichiatri, Adam Crabtree e Ralph Allison.
Nel suo bel libro intitolato Multiple Man (1986) Crabtree afferma di aver
accettato come ipotesi di lavoro la possibilità che nel caso di certe personalità
multiple possa trovare sfogo l'idea della possessione spiritica, anche se si
affretta a dichiarare di stare lavorando a una teoria di ordine psicologico in
grado di dare giustificazione a qualsiasi evento. Peccato che i numerosi casi
da lui citati non possano in alcun modo rientrare fra quelli che attestano al
meglio le sue convinzioni teoriche.
La prima esperienza maturata da Crabtree nel campo della possessione riguardava
una giovane paziente, Sarah Worthington, che si trovava in condizioni
psichiche penose, sull'orlo del suicidio. Quando entrava in semi trance,
a Sarah saliva dalla gola una voce completamente diversa dalla sua, molto simile
a quella di una vecchia, usa a dare ordini e a esercitare l'autorità. Un
giorno la voce si era presentata come la nonna della medium, decisa a mettersi
in contatto col mondo dei vivi per aiutare la nipote. Poi era venuto fuori
che anche la nonna aveva un bel problema: parecchi anni prima aveva lasciato
il figlio di sette anni solo in casa. Mentre stava fuori le era giunta notizia
che nel quartiere in cui abitava era scoppiato un furioso incendio. Si era
precipitata sul posto, il cuore in gola. Non sapeva che i vicini avevano tratto
in salvo il bimbo e così aveva trascorso un'ora terribile alla sua vana ricerca.
Col tempo, le continue incomprensioni con la figlia, la madre di Sarah, avevano
incancrenito una situazione psicologica molto tesa, ereditata da Sarah.
Ora, da parte della nonna, era giunto il momento di dare una mano alla nipote,
la quale, poverina, si era sempre sentita respinta. Non per nulla, infatti, la
possessione spaventava la paziente, in grado di rendersi conto a livello intuitivo
di essere oggetto di manipolazioni da parte di uno spirito esterno. Il caso,
come ben si vede, è del tutto assimilabile ai molti narrati da Wickland. In
questo episodio però non era stato necessario ingiungere allo spirito di andarsene.
Quando Sarah si era resa pienamente conto che la forza che si sentiva
dentro scaturiva dall'azione dello spirito della nonna, l'aveva accettata ed
era stata lei stessa a dirle di lasciarla in pace. Con questo anche gli impulsi
omicidi erano spariti.
Un altro caso ci parla di una ragazza di nome Susan, convinta di essere invasata
dallo spirito del padre, morto in un incidente d'auto. L'uomo l'aveva
sempre minacciata sessualmente. Susan lo ricordava entrare nella sua cameretta
di bambina per andarle ad accarezzare gli organi genitali. Queste sottili
violenze erano state tutte registrate nella sua mente che aveva rigettato la figura
del padre come qualcosa di impuro e sporco. Per questo, per via di questo
legame ossessivo e incestuoso che lo teneva legato alla figlia, lo spirito
dell'uomo, incapace di rendersi conto di essere improvvisamente morto, si
era aggrappato a lei perseguitandola ancora. Una volta persuaso ad andarsene
dall'opera di Crabtree, lo spirito del padre si era finalmente ritirato, liberando
Susan dalle sue angosce.
Ma dal punto di vista della “possessione demoniaca” il miglior episodio della
grande raccolta messa insieme da Crabtree nel suo libro è la storia di un
professore che lui chiama Art. Nel periodo in cui si stava accingendo a consumare
il suo secondo matrimonio, Art era stato preso da un profondo sentimento
di riluttanza, come «una forte energia interiore che lo comandava senza
possibilità di ribellione o controllo». Una voce interiore censurava con severità
tutto ciò che gli piaceva. La sua interpretazione dei fatti chiamava in
causa un aspetto ancora sconosciuto, ma negativo, della sua personalità molto
vicino alle attitudini ipercritiche di sua madre, Veronica, ancora vivente a
Detroit. Quando il paziente cadeva in trance, Crabtree riusciva a entrare in
contatto con la “madre”, come aveva deciso di chiamare la
misteriosa, tirannica entità. «Art è mio e la sua vita mi
appartiene... Devo assolutamente metterlo
in guardia sulla falsità di tutti coloro che gli stanno attorno e che lui crede
amici».
La descrizione della madre fatta dallo stesso Art mise in risalto la passione
morbosa a livello sessuale della donna verso il figlio. Quand'era piccolo, per
esempio, quando il padre era lontano da casa per motivi di lavoro, la madre
era solito farlo dormire nel letto matrimoniale con lei. Ogni volta lo stuzzicava
e lo eccitava fino all'erezione, senza però mai farlo arrivare alla soddisfazione
e sempre negandosi all'amplesso. Cosa abbastanza singolare, la Veronica
che ossessionava Art era lei stessa la prima a chiamarsi come «quella
Veronica che sta a Detroit», la cui vita era grigia e monotona. Colta al volo
l'opportunità, Crabtree aveva allora consigliato allo spirito che per rendere
meno monotona la sua vita forse sarebbe stato meglio avesse trascorso un po'
più di tempo in compagnia dell'altra Veronica, quella che abitava a Detroit.
Consiglio che l'entità aveva accettato di buon grado. Quando poi la vera Veronica
in carne e ossa era stata operata di tumore, era stata la stessa pseudo
Veronica ad annunciare che da quel momento non avrebbe più sprecato preziosa
energia per occuparsi di Art. Il fenomeno di infestazione ai danni del figlio
era così praticamente cessato e la vera Veronica, la mamma, era come rinata
a nuova vita, piena di energie e entusiasmo. Contemporaneamente anche
la voce interiore era svanita e Art, con non poco stupore, si era reso conto che
dopo tutto era stato lui stesso a incentivarne la assillante presenza, per utilizzarla
come alibi giustificativo della sua riluttanza a assumere una qualsivoglia
decisione. Affrontato con coraggio questo aspetto, il problema era stato
definitivamente risolto.
Questo caso si presta a una duplice interpretazione. Da una parte possiamo
immaginare che Art soffrisse di allucinazioni - ipotesi tutt'altro che da scartare,
considerate le circostanze - dall'altra che lo spirito della madre lo possedesse
a distanza, pur essendo la donna ancora in vita. Questo, in verità, sembra
alquanto strano, non da ultimo tenendo conto della rapida, positiva trasformazione
della donna dopo l'operazione. Certo è però che se si accetta la
possibilità dello sdoppiamento in vita, nella faccenda Si inserisce un nuovo
elemento che invece di semplificare rende le cose infinitamente più complicate
e ancora più misteriose.
Ci domandiamo: può una persona vivente impossessarsi di un'altra? Nel
classico libro di Frederic Myers dal titolo I fantasmi dei viventi, viene ricordato
il caso di una ragazza convinta che un uomo, da lei appena conosciuto,
mentre dormiva prendeva possesso della sua persona, invitandola a compiere
sconcezze a livello sessuale (vedi il Capitolo 9). Se ciò è possibile, se gli
spiriti disincarnati esistono, allora ne consegue come logica eventualità che,
date determinate circostanze, la possessione di un vivente da parte di uno spirito
senza dimora non è cosa assurda.
Sebbene Crabtree affermi di assumere l'idea di possessione spiritica soltanto
come una proficua ipotesi di lavoro, è intuitivo comprendere come il suo
lavoro tenda a schierarsi in tutto e per tutto con la linea di
pensiero di Wickland. Atteggiamento condiviso anche da un
altro studioso, lo psichiatra californiano Ralph Allison il
cui libro Minds in Many Pieces del 1980 è considerato
il più autorevole studio sui disordini della personalità multipla (fenomeno
indicato con l'acronimo MPD). Dopo circa dieci anni di consolidata carriera,
Allison aveva dovuto fare i conti per la prima volta con un caso simile,
quello di una certa Janette che aveva tentato di ammazzare marito e figlio.
Un collega aveva segnalato ad Allison l'eventualità che la donna soffrisse di
una profonda lacerazione psicologica con una evidente MPD. Forte del suggerimento,
Allison era entrato subito in tema e indotta la trance in Janette
aveva provato a interrogare l'ipotetica altra faccia della sua personalità. Non
aveva fallito: subito una voce roca e gracchiante era scaturita dal petto della
donna, dicendo di chiamarsi Lydia. Poi c'era stato un momento in cui Janette
aveva incominciato a dire di aver subito abusi sessuali in ospedale. Se dapprima
Allison non ci aveva fatto caso, un giorno quando Lydia si era manifestata
nella sua più profonda personalità, gridando con volgarità, e assumendo
pose oscene, che a lei piaceva «bere, ballare e farsi fottere», aveva cambiato
opinione e forse se quei fatti erano successi per davvero non era da biasimare
del tutto. Alla fine della terapia era venuta a galla una terza persona, Karen,
una entità equilibrata e sensibile, grazie alla quale Allison era riuscito a
guarire Janette dal suo apparente invasamento. (Allison ama chiamare queste
entità positive il nostro «salvatore interiore»).
In questo caso l'ipotesi della personalità sdoppiata sembra giustificare i fatti
. Una infanzia traumatica aveva costretto la “personalità principale” a farsi
da parte davanti ai problemi della vita, rintanandosi nel suo guscio come fa
uno struzzo quando nasconde la testa nella sabbia. Ma il secondo caso in cui
Allison si era imbattuto, quello di una ragazza di nome Carrie, aveva del tutto
ribaltato il suo convincimento, riportando in primo piano e in modo serio
la teoria della possessione spiritica. Carrie era un'altra personalità frammentata,
con una storia di traumi infantili, compreso uno stupro. Anche senza bisogno
di ricorrere all'ipnosi, Carrie lasciava spazio dentro di sé all'emergere
di un'altra personalità che si faceva chiamare Wanda, che non si sottraeva al
dialogo con Allison. Sin da subito però era risultato chiaro che gli istinti suicidi
che regolarmente assalivano la povera paziente non si potevano addebitare
a Wanda. Venuto a sapere che un medium aveva intuito per via medianica
che Carrie era invasata dallo spirito infestante di un uomo morto a New
York nel 1968 per overdose, Allison aveva deciso di cambiare rotta terapeutica
e di concedere all'ipotesi della possessione spiritica almeno una chance.
In profonda ipnosi, Carrie ammise la verità: lo spirito negativo di un drogato
stava pesantemente influenzando la sua vita. Allison, che per l'occasione era
ricorso all'uso di un pendolo composto da una piccola palla di cristallo attaccata
a una catenina, ce l'aveva dunque fatta. Peccato che non si fosse accorto
che la ragazza nascondeva anche altre due, ancor più nefande, personalità,
quelle che risultarono poi decisive per la sua sorte: quel suicidio tante volte
tentato e sviato e alla fine non più evitato.
Tuttavia la teoria spiritica non lo convinceva ancora. Poi aveva incontrato
un'altra paziente, Elise, la quale sotto ipnosi non tardò a rivelare molte altre
personalità. La maggior parte di queste era in grado di raccontare la propria
storia, vale a dire di risalire al trauma che aveva determinato e provocato la
loro “nascita”. Una però aveva offerto una versione differente. Si trattava di
un uomo che si faceva chiamare Dennis, il quale raccontava di essere penetrato
in Elisa quando da giovane si era dedicata per qualche tempo alla magia
nera. Aveva continuato a permanere all'interno della sua psiche perché fra le
altre personalità che vi dimoravano ne aveva trovata una, una certa Shannon,
con la quale si divertiva a fare sesso. Perché, stando alla sua testimonianza, il
rapporto sessuale fra loro non era affatto, come si sarebbe potuto supporre,
un contatto incorporeo, ma un incontro vero e proprio. Infatti, quando era la
personalità di Shannon a prevalere nel corpo di Elise, lo spirito di Dennis lasciava
il corpo della ragazza e si impossessava di quello del suo partner del
momento. Anche se, ovviamente, Shannon ed Elise condividevano lo stesso
corpo, Dennis teneva a precisare che a lui non interessava né piaceva fare l'amore
con Elise, ma soltanto con Shannon. Alla fine, con l'aiuto del solito
“salvatore interiore”, Elise era guarita. Era stato questo episodio, così complesso,
a convincere definitivamente Ralph Allison che i casi di personalità
multipla sono provocati da un invasamento di natura spiritica.
Un altro caso successivo gliene aveva data piena conferma. Curando una ragazza
di nome Sofia (cercando di integrare dentro la sua psiche varie, differenti
personalità), Allison scoprì che due di queste restavano come “tagliate
fuori”. Condotta in profonda trance ipnotica, Sofia era stata fatta regredire fino
al momento della nascita. Qui era successa una cosa terribile. Il ginecologo,
che era anche l'amante della madre, era intenzionato a sopprimere i tre
gemelli che stavano per nascere, ma, disturbato nell'operazione, aveva potuto
soffocarne solo due, il terzo, Sofia appunto, si era salvato. Da quel momento,
lo spirito dei due gemelli assassinati si era attaccato al suo. Forte di
questa eccezionale, quanto sconvolgente, scoperta Allison era riuscito a mettere
in atto una terapia vincente, riconoscendo e quindi rimuovendo le personalità
appena abbozzate dei due gemelli uccisi.
Alla fine del suo lavoro Allison conclude con onestà che le cause che possono
dare ragione di una MPD possono essere tante, fra cui certamente la nevrosi
o un trauma violento. Nel lungo elenco, egli inserisce però anche il concetto
di “possessione” che può essere da parte di un'altra persona vivente
(come nel caso di Art e della mamma); dello spirito di un morto (come nel caso
del pittore Gifford, studiato dal dottor Bull), oppure di uno spirito o entità
non umana. A questo proposito, il suo riferimento va a quelle normalmente
dette “possessioni demoniache”. In un suo studio sulla personalità multipla,
il parapsicologo Stanley Krippner rivela che un numero sempre maggiore di
psichiatri è propenso a considerare accettabile la teoria della possessione spiritica.
Che dobbiamo dunque fare dell'impressionante massa di prove e testimonianze
a proposito della possessione che la maggior parte della scienza medica
e psichiatrica tradizionale riduce a semplici inganni o a fantasie infantili?
Crederci o meno dipende, ovviamente, dalle concezioni di base di ciascun
ricercatore, nell'accettare o meno l'esistenza degli spiriti e nel ritenere o meno
che ciò che si verifica in una seduta medianica possa costituire una reale
intromissione nel nostro mondo da parte degli spiriti dei defunti. Concetti
messi fortemente in dubbio non soltanto da eminenti parapsicologi, ma persino
da molti medium, che preferiscono immaginare che le forze coinvolte in
questi misteriosi processi abbiano natura telepatica oppure facciano appello a
energie di percezione extrasensoriale (ESP). Eppure, come si è visto, persino
il re degli scettici, William James si è infine detto convinto di fronte alle prestazioni
della straordinaria signora Piper. Lo stesso dicasi per
Richard Hodgson, arrivato al punto di assoldare detectives
privati per scoprire come la medium
potesse venire a conoscenza delle informazioni che andava sciorinando
nel corso delle sedute spiritiche, non venendo a capo di alcuna frode. La goccia
che aveva fatto traboccare il vaso della sua diffidenza era stata una comunicazione
della Piper nella quale gli parlava di una certa signorina Jessie,
che Hodgson aveva conosciuto in Australia e che era prematuramente morta.
L'informazione di Phinuit, la sapiente guida della Piper, si era rivelata così
approfondita e precisa da riportare alla lettera il testo di una conversazione
intima avvenuta fra i due e di cui nessun altro era mai stato al corrente.
Lo stesso Hyslop era incline a considerare la medianità come una forma di
“super ESP” fino a quando non era stato lo stesso William James a convincerlo
diversamente, ma quando James era già defunto da un bel pezzo! Un
giorno Hyslop aveva ricevuto una lettera di un medium irlandese nella quale
questi gli comunicava di essere entrato in contatto con lo spirito di William
James. Non solo il medium non sapeva chi fosse questa persona, ma si era
fortemente stupito quando lo spirito lo aveva pregato di comunicare questo
contatto a un certo dottor Hyslop, rammentandogli i “pigiami rossi”. Nel corso
della loro frequentazione, i due studiosi si erano ripromessi che chi fosse
morto per primo avrebbe cercato di mettersi in comunicazione con l'altro,
così da risolvere una volta per tutte l'annosa questione dell'aldilà. Dapprima,
Hyslop si era mostrato diffidente, anche perché il singolare riferimento ai
“pigiami rossi” non gli aveva suscitato alcun ricordo. Poi, di colpo, gli si era
aperta una vivida immagine nella mente. Quando da giovani, James e lui avevano
visitato Parigi, il bagaglio non era arrivato a destinazione con loro e nell'attesa,
dovendo trascorrere alcune notti, proprio lui, Hyslop, era entrato in
un negozio per comperare due pigiami. Gli unici che avevano trovato erano
due buffi pigiami rossi, che avevano offerto il destro a James di prenderlo in
giro per alcuni giorni, motteggiandolo a proposito dello strano acquisto. Ebbene,
era stato proprio questo messaggio a convincere Hyslop della sopravvivenza
degli uomini dopo la morte sotto forma di spirito.
Se, come Hyslop, siamo pronti ad accettare il concetto di “sopravvivenza” e
se, come Kardec, siamo pronti ad accettare che, in determinate contingenze,
gli spiriti possono convivere nella mente di un vivente trovandovi dimora, allora
diventa davvero difficile immaginare che tutto questo non possa in alcun
modo influenzare azioni e pensieri della gente, che è lo stesso che dire “possederla”.
In merito è comunque importante sottolineare come anche nello
spiritismo questo genere di fenomeni sia considerato raro, vista la difficoltà
che uno spirito incontra in questa operazione di impossessamento se le sue
affinità sono in perfetta sintonia con quelle del vivente che
gli presta la struttura corporea tramite la quale potersi
manifestare. Insomma, se fra “possessore”
e “posseduto” non si crea un feeling unico, la possessione non può verificarsi.
Il caso di Loudun sembra offrire spunti proprio su questo fronte. Kardec sostiene
che il poltergeist può manifestarsi soltanto assimilando, come dire, rubando
dell'energia vitale, specie quella improntata al sesso. Leggendo l'autobiografia
della madre superiora, suor Giovanna degli Angeli, si intuisce al
volo che la sua potenziale carica sessuale sempre repressa avrebbe potuto benissimo
da sola costituire il motivo scatenante di tutto quel pandemonio, procurando
accogliente ospitalità a chissà quante personalità segrete della sua
interiorità. E se a questo si aggiunge almeno una dozzina di monache assatanate
che si gettavano a terra, rotolandosi sul pavimento in pose tanto lascive
da sconvolgere persino un libertino incallito come padre Grandier, è evidente
che quel convento era letteralmente elettrizzato da un flusso di energia sessuale
repressa che sarebbe anche stato in grado di farlo crollare dalle fondamenta.
Sono molti i casi di monasteri e conventi in cui la spinta sessuale gioca
un ruolo decisivo negli sconvolgimenti ambientali. Proprio una ventina di
anni prima del caso di Loudun, la quattordicenne Madeleine de Demandolx
de la Palud, era stata sedotta da padre Louis Gaufridi, di oltre vent'anni più
vecchio di lei. Scoperta la tresca, la giovane era stata immediatamente spedita
in un convento in quel di Aix-en-Provence. Dopo due anni Madeleine aveva
incominciato a dire di vedere il diavolo e a frantumare il crocifisso. La sua
isteria era divenuta presto contagiosa per tutte le altre consorelle. Madeleine
accusava Gaufridi non solo di averla violentata ma anche di averla introdotta
alle pratiche della magia satanica. Allora allo stesso Gaufridi era stato imposto
di operare un esorcismo liberatorio e davanti al fallimento era stato
condannato alla galera.
Al processo, Madeleine aveva completamente cambiato registro, testimoniando
che tutto ciò che aveva detto fino a quel momento altro non era che il
frutto della sua immaginazione. Ma, mentre stava parlando, tutto d'un tratto,
la ragazza aveva cominciato a ondeggiare i fianchi avanti e indietro, in modo
provocatorio e osceno, come presa da un impulso irrefrenabile. Il giudice a
quel punto non le aveva più creduto, aveva posto Gaufridi sotto tortura e ricevutane
la confessione lo aveva condannato al rogo.
Vale la pena rammentare che all'epoca - siamo nel XVII secolo - presso i religiosi
la fornicazione era pratica risaputa, così come non era affatto rara la
seduzione dei confessori nei confronti delle suore e delle novizie cui dovevano
accudire come padri spirituali. Nel 1625 una povera orfanella francese, di
nome Madeleine Bavent, era stata sedotta da un prete francescano, dal nome
che è tutto un programma: Bonnetemps. Negli anni seguenti la ragazza era
stata destinata ad un convento posto sotto la guida di un certo padre Pierre
David, il quale segretamente apparteneva alla setta degli Illuminati, una setta
che non concedeva allo Spirito Santo la facoltà di far del male e quindi accettava
come normale la pratica sessuale anche presso il clero. Tutte le volte
che Madeleine chiedeva di fare la comunione, il padre entrava con l'ostia
nella sua cella pretendendo che scoprisse il petto. Ad altre invece chiedeva la
nudità completa. Nel corso delle sue testimonianze, Madeleine confessò di
non aver mai consumato un rapporto completo con il padre, ma di essersi limitata
alla masturbazione reciproca. Quando nel 1628 Pierre David era morto,
al suo posto era giunto il padre Mathurin Picard, il quale, per non perdere
le buone abitudini acquisite, era solito toccarla nelle parti intime tutte le volte
che la confessava.
Era stato nel 1642 alla morte di Picard (quando Madeleine aveva ormai già
trentacinque anni) che le consorelle avevano dato segno della possessione demoniaca.
Si gettavano lascivamente sul pavimento, contorcevano i corpi in
pose oscene, emettevano ululati simili a quelli degli animali, gridando di essere
possedute dal demonio. Su cinquantadue, ben quattordici manifestarono
questi sintomi e tutte accusavano Madeleine.
A questo punto, Madeleine non aveva potuto fare a meno di raccontare tutta
la storia di David, Picard e dell'ultimo confessore, padre Boulle. Tra le altre
cose, sia Picard che Boulle avevano indugiato anche in pratiche di magia,
nel corso delle quali venivano consumate ostie sconsacrate imbevute in sangue
mestruale. Si trattava di veri e propri sabba, durante i quali si celebravano
messe nere. Quando i sacerdoti, eccitati, raggiungevano l'erezione, prodotto
un foro nella grande ostia del tabernacolo, la infilavano sulla cappella
del pene e così offrivano la comunione alle partecipanti. Madeleine, essendo
la preferita, era costretta a ingurgitarne cinque o sei ogni volta.
La donna venne subito accusata di essere una strega e allontanata immediatamente
dall'ordine monastico. Il cadavere riesumato di Picard era stato scomunicato
e gettato in una discarica. Questo sfregio aveva portato alla reazione
del fratello di Picard che aveva trascinato in tribunale padre Boulle, che
dopo essere stato torturato era stato bruciato vivo in compagnia di un altro
prete, certo Duval. Madeleine, rinchiusa in uno sperduto convento dove era
trattata con estremo rigore, dopo reiterati tentativi di suicidio era morta all'età
di quarant'anni, mentre tutte le altre consorelle vennero disperse in altri
conventi.
Le descrizioni fatte da Madeleine del sabba e delle messe nere suonano come
frutto di totale invenzione. Però, circa mezzo secolo dopo, le testimonianze
strappate alle streghe nella cosiddetta camera ardente rivelarono che
in effetti erano parecchi i preti che si davano a quelle pratiche. Quando Luigi
XIV, messo in guardia dal capo della polizia segreta, era venuto a sapere
degli intrighi orditi da alcune signore di corte al fine di sbarazzarsi dei propri
mariti con pozioni velenose, aveva dato ordine di aprire un'inchiesta, dalla
quale era emerso un effettivo piano segreto di avvelenamenti a livello internazionale,
ordito da uomini influenti. Un certo numero di fattucchiere, facendo
pagare profumatamente i loro servigi, fornivano ai loro clienti veleni e
filtri d'amore, mentre preti rinnegati celebravano messe nere dove si sacrificavano
neonati e officiavano cerimoniali magici nel corso dei quali copulavano
con donne distese sull'altare. Questi fatti, i cui racconti venivano letteralmente
strappati nelle camere ardenti delle torture, vennero tutti attentamente
registrati. (Alla fine dell'inchiesta, il re aveva dato ordine di distruggere
ogni documento, ma così non era stato, avendone ricavate delle “utili”
copie). Dei molti inquisiti, ben centoquattro erano stati riconosciuti colpevoli,trentasei di questi condannati a morte, mentre due fattucchiere erano state
arse vive. Non è facile oggi immaginare come mai la Chiesa venisse travolta
da una così violenta ondata di demonologia; la spiegazione più logica indica
nell'estremo razionalismo del XVII secolo il tentativo di minarne la credibilità
sin dalle fondamenta, contrapponendo al rigore il libertinaggio e la licenziosità
blasfema delle messe nere e della magia. Ma, al di là delle possibili spiegazioni,
i verbali redatti nelle camere ardenti esistono e parlano chiaro, attestando
fatti realmente accaduti.
Resta una questione interessante: se, come Ralph Allison crede, esista anche
una tipologia del fenomeno etichettabile come possessione da entità “non
umane”, vale a dire, in altre parole, se la cosiddetta possessione demoniaca è
una realtà. Fra tutti i numerosi eventi riconducibili a questo genere di fatti,
non c'è dubbio che quello di Loudun è il più inquietante. Infatti, anche accettando
la teoria di Wickland che contempla la possibilità che spiriti ancora
legati alla terra possano influenzare il comportamento dei viventi, è piuttosto
difficile comprendere come e perché ben cinque degli esorcisti impegnati nel
caso siano anch'essi diventati vittime dell'ossessione, quattro addirittura fino
a morirne. Nessuno fra i pur molti pazienti citati da Wickland, Crabtree e Allison
è mai arrivato a questi estremi.
Uno spunto interessante ci viene da un piccolo libro edito nel 1972 a Città
del Capo, in Sudafrica, titolo Who Are thè Dead?, autrice
Helen Quartermaine, quasi certamente uno pseudonimo.
Ecco in sintesi il concetto base espresso nel testo. Oltre al corpo fisico, l'essere
umano possiede anche quello che viene chiamato il “corpo della personalità”
- conosciuto anche come psiche - costituito di una materia più sottile
di quella fisica. Questo secondo corpo permea totalmente quello fisico: per
rendere l'idea di come avvenga questo assorbimento, l'autrice offre l'immagine
di una palla di lana immersa nell'acqua. I punti di contatto fra questi due
elementi sono le sette ghiandole endocrine, i chakras dell'induismo.
Fino a qui la Quartermaine non fa altro che riecheggiare ciò che già dice la
“tradizione occulta”, dove il corpo della personalità corrisponde a quello
astrale. (La tradizione occulta riconosce anche l'esistenza dell'aura, o corpo
eterico, paragonabile a un “campo vitale”: l'equivalente del campo magnetico
provocato da una calamita). Ma a questo punto procede nelle sue osservazioni,
per andare decisamente oltre. Il nostro problema, sostiene l'autrice,
consiste nel riuscire a tenere “allineati” questi diversi corpi. Nella maggior
parte della gente, infatti, le due strutture tendono a slittare, mettendosi in una
posizione disarmonica, di norma sbilanciata sul lato destro. Questo squilibrio
segnala che il fronte sinistro del nostro insieme è sovente “scoperto” e quindi
vulnerabile, ma anche soggetto a essere “invaso” o posseduto da altre personalità
disincarnate. Lo sfasamento fra i due corpi si verifica spesso, specie
quando siamo agitati, impauriti o arrabbiati: è in questi momenti che il corpo
della personalità esce dal giusto allineamento rispetto a quello fisico. Se questa
condizione permane per tanto tempo, si verificano scompensi e difficoltà,
perché l'energia che tende a riportare l'equilibrio si affievolisce, con gravi
conseguenze generali sull'individuo. Scrive la Quartermaine: «Considerando
l'infinito elenco di circostanze e situazioni che possono indurre lo sfasamento
fra i due corpi dell'uomo... ne consegue che, in pratica, ognuno di noi si
offre spontaneamente all'invasione da parte degli spiriti dei morti, lasciando
pressoché sempre spalancata la porta d'ingresso principale alla nostra personalità.
Il peggio accade quando, sfiniti ma inconsapevoli, lasciamo campo libero
per la nostra debolezza mentale, fisica ed emotiva».
Il testo procede descrivendo come lo spirito di un defunto riesce ad agganciarsi
agli individui con cui si sente in sintonia. Su questo aspetto
la Quartermaine si allinea con l'idea di Wickland,
aggiungendo: «A volte, però, la forza
trainante ha un segno opposto, negativo, ed è l'odio, trasformato in energia
distruttiva, la molla che guida le operazioni. Sono davvero molti i casi di
vendette consumate dalla tomba».
L'autrice cita il caso di Barbara Graham, giustiziata nella camera a gas del
carcere di San Quintino nel 1953, sotto l'accusa dell'omicidio
di Mabel Monahan, una vedova che viveva da sola, nel corso di
un furto nella sua abitazione.
In quello stesso anno, Barbara aveva cambiato vita, dedita all'alcol e alla
droga, si era affiliata a una banda di delinquenti. Il 9 marzo aveva partecipato a
un colpo che non avrebbe dovuto contemplare intoppi: un furto nella casa di
una vedova a Burbank, in California. Il suo compito consisteva nel presentarsi
fingendosi un automobilista in panne e chiedere la cortesia di una telefonata.
Appena la donna aveva aperto la porta, gli altri componenti la banda - Jack
Santo, Baxter Shorter, Emmett Perkins e John L. True - erano entrati nella casa
e dopo averla bendata e legata si erano messi alla ricerca di un piccolo tesoro
in contanti, perché correva voce che la Monahan custodisse a nome di un conoscente
gli incassi di una sala di giochi d'azzardo. Quello che accadde non si
seppe mai. Tre giorni dopo l'assalto, il giardiniere aveva scoperto il corpo senza
vita della donna avvolto in strisce di lenzuolo, la testa infilata nella federa di
un cuscino, fracassata da alcuni colpi inferti con un corpo contundente.
Il caso era singolare, perché nella casa erano stati ritrovati 500 dollari nel
portafoglio della donna e tutti i gioielli, per un valore non inferiore a 10.000
dollari. Era cominciata la caccia all'uomo. Dopo una serie di “soffiate”, la
polizia aveva messo le mani su Baxter Shorter, il quale - dietro la promessa
di una totale impunità - non si era fatto pregare a spifferare i nomi dei complici,
non scordando, ovviamente, anche Barbara. (Un altro uomo, certo William
Upshaw, avrebbe voluto aggregarsi al gruppo, ma all'ultimo momento
non era stato accettato). Barbara aveva suonato il campanello, presentandosi
alla porta e quando l'anziana donna aveva aperto True e Perkins avevano fatto
irruzione nella casa spintonandola. Poi era trascorso del tempo, troppo.
Quando Shorter era andato a vedere che diavolo stava succedendo, aveva trovato
Barbara che stava picchiando la poveretta con una pistola, mentre Santo
le infilava la testa nella federa del cuscino e Perkins la legava con le strisce
di lenzuolo. La ricerca del tesoro non aveva dato esito e quindi se n'erano
andati a mani vuote.
Ritenuta credibile la sua storia, Shorter era stato rilasciato; peccato che, venuto
a sapere del suo tradimento, Perkins nel frattempo ancora
libero, lo aveva braccato e ucciso. Qualche giorno dopo Perkins, Santo e Barbara erano
stati arrestati in un motel. Barbara negò sin dall'inizio di essere entrata nella
casa della Monahan. Vero o falso che fosse, una cosa è certa: la maggior parte
dei giurati non credeva che a picchiare la donna fosse stata proprio Barbara,
così come invece True insisteva nel dire. Ma la prova schiacciante che l'aveva
inchiodata era stato il fallito tentativo di comprarsi un alibi per 2500
dollari, cercando di convincere un detenuto, che era in realtà un poliziotto infiltrato.
Barbara gli aveva anche confessato di sapere che Shorter era stato sistemato
come si doveva.
Barbara Graham era stata così processata insieme a Santo e a Perkins (che
era il suo amante). La testimonianza di True fu quella decisiva. Barbara venne
giustiziata nella camera a gas lo stesso giorno dei due complici (i quali, intanto,
erano stati condannati a morte una seconda volta per la strage di un'intera
famiglia, consumata nel corso di un ennesimo furto).
Scrive Helen Quartermaine:
Barbara Graham continuava a proclamare la sua innocenza. Quando la corte lesse il
verdetto dichiarandola colpevole, aveva scagliato una terribile maledizione. Gridò che
tutti gli uomini che erano coinvolti con lei in quella faccenda, come lei, sarebbero morti
prematuramente. Nella lista c'erano, ovviamente, i tre complici.
Dopo la sua esecuzione, il primo a morire fu proprio colui che con la sua testimonianza
l'aveva inchiodata facendola condannare. Coinvolto nello scontro di due battelli lungo
il fiume Mississippi, era morto nell'incidente. Gli altri due, invece, pizzicati per altri
gravi reati, erano stati condannati anch'essi a morte e giustiziati qualche tempo dopo. Ma
non era che l'inizio. Il giudice che aveva condotto il processo era morto all'improvviso,
divorato da un tumore che non gli aveva dato scampo. Quando il secondino che aveva
preso in custodia Barbara era rimasto fulminato da un attacco cardiaco, qualcuno aveva
incominciato a parlare della maledizione. Il successivo bersaglio - anche in questo caso
un cancro devastante - era stato il giudice della Corte suprema che aveva ratificato la
condanna a morte. Nel febbraio del 1958, l'informatore che per primo aveva fatto il nome
della Graham alla polizia morì vittima di un incidente stradale. Al drammatico appello
mancava soltanto un altro lestofante, forse anche lui coinvolto nella faccenda come
possibile spia della polizia. Di lui si era però persa ogni traccia, al punto che gli inquirenti
immaginarono fosse stato fatto fuori in un regolamento di conti.
A ben guardare nel racconto si possono rintracciare alcune imprecisioni.
Per esempio, Santo e Perkins morirono lo stesso giorno di Barbara e non
qualche tempo dopo. John True morì nel febbraio del 1958 e non a gennaio
nello scontro fra una nave da carico olandese e un piccolo battello, provocato
da una nebbia fittissima. Anche se William Upshaw non era l'informatore
che aveva segnalato il nome della Graham alla polizia, si venne a sapere che
era morto in un incidente d'auto in California, dopo aver imboccato una strada
interrotta. L'altra spia, Shorter, era stata uccisa qualche tempo prima di
Barbara.
La Quartermaine è arciconvinta che tutte queste morti premature e violente
siano l'effetto della vendetta maturata dal “corpo della personalità” di Barbara
Graham. Come sappiamo, per Wickland si tratta di un'influenza possibile
quando racconta che Harry Thaw freddò l'architetto Stanford White sotto
l'influsso di un'entità - o più entità - smaniosa di consumare vendetta. Per la
Quartermaine in questo caso emergono alcuni aspetti molto indicativi. La distrazione
che aveva condotto Upshaw a imboccare una strada interrotta o la
fitta nebbia che aveva impedito al comandante della nave da carico di evitare
la fatale collisione con la piccola imbarcazione su cui si trovava True, altro
non sarebbero che il risultato dello “spirito di vendetta”, in grado di ottenere
questo e ben altro.
John True e William Upshaw furono i due testimoni chiave per la condanna
di Barbara Graham. Gli spietati inquisitori di Loudun fecero condannare al
rogo Urbain Grandier. Così come i primi avevano trovato la loro drammatica
fine, allo stesso modo era accaduto con i secondi, alcuni tormentati fino alla
follia e alla morte dallo spirito di vendetta di Grandier.
Che tutto questo sia vero oppure no, altro non è che una nota aggiuntiva
pressoché irrilevante a quanto Carl Wickland scrive nel suo straordinario
Thirty Years Among thè Dead, oggetto di questo nostro lungo capitolo.
 
CAPITOLO 41.
BIGFOOT.

Come la strepitosa sfida all'OK Corral, anche l'assedio del cosiddetto
Canyon della Scimmia è entrato a far parte del folklore americano.
La storia incominciò nel 1924, presso un gruppo di minatori insediati sulle
pendici del monte Sant'Elena nello stato di Washington, a poco più di 100
km di distanza a nord di Portland, nell'Oregon. Un giorno, alcuni di loro videro
una specie di grossa scimmia uscire dal folto degli alberi. Uno aveva
fatto fuoco con un fucile, convinto di averla colpita alla testa. Ma la creatura
aveva trovato riparo nella foresta. Poi un altro minatore, Fred Beck - che si
sarebbe deciso a raccontare l'episodio solo trentaquattro anni dopo - aveva
incontrato un altro scimmione lungo il pendio del canyon e gli aveva sparato
tre colpi, ferendolo alla schiena. L'animale era scivolato per il crinale, accasciandosi
come morto, ma quando i minatori erano accorsi sul posto non avevano
trovato nulla.
Quella stessa notte, dal crepuscolo al mattino, le loro baracche erano state
assediate da misteriose creature che avevano picchiato alle porte, lanciato
sassi ed erano salite a battere sul tetto. Spaventati, i minatori erano stati costretti
a rinforzare le porte puntellandole dall'interno e avevano sparato alla
cieca nel buio della notte e attraverso le feritoie delle pareti e del soffitto. Ma
a poco era valso. Le creature erano evidentemente molto arrabbiate e determinate
e non avevano desistito dall'attacco che si era protratto fino alle prime
luci dell'alba. Quello stesso giorno i minatori avevano abbandonato l'accampamento.
Secondo la descrizione fatta da Beck, “Bigfoot” è una creatura alta non meno
di 2,40 m, robusta e muscolosa. Assomiglia a un gorilla, ma alcune caratteristiche,
come per esempio l'uso delle pietre da lanciare, inducono a ritenerlo
anche molto simile a un uomo.
Il racconto dell'assedio subito da Beck e dai suoi compagni, unitamente a
altre testimonianze, sul finire degli anni Cinquanta rese Bigfoot una specie di
celebrità nazionale. In realtà storie simili circolavano da secoli nelle tradizioni
locali. Gli indiani Salish della Columbia britannica chiamavano queste
creature “Sasquatch”, che significa “uomo selvatico delle foreste”. Le tribù
indiane della California del nord le chiamavano “Oh-mah-ha”; mentre per
quelle della zona delle Cascades erano “Seeahtiks”.
L'esistenza di intere colonie di questi esseri, oggi tranquillamente viventi
nel nord degli Stati Uniti e del Canada suona, bisogna
ammetterlo, decisamente assurda; anche se sono poche le
persone che si rendono conto veramente
di quanto estese siano le foreste di conifere di queste terre sterminate.
Milioni di chilometri quadrati di macchie totalmente disabitate, per gran parte
ancora inesplorate, dove, per assurdo, anche mandrie di giganteschi dinosauri
potrebbero passare inosservate.
La più antica storia relativa a impronte di Sasquatch risale al 1811. Mentre
stava valicando i passi montani che si elevano alle sorgenti del fiume Colombia,
nei pressi dell'odierna Jasper, nello stato di Alberta, il celebre esploratore
David Thompson e il suo compagno di avventura, si erano imbattuti in
una profonda impronta, lunga più di 40 cm, caratterizzata da quattro dita munite
di unghioni. Thompson, per quanto interdetto, aveva subito pensato a un
gigantesco grizzly, ma il compagno lo aveva dissuaso, facendogli notare che
gli orsi hanno cinque dita; osservazione corretta, ma che non pregiudicava la
soluzione, potendosi immaginare un orso privo di un dito.
Il 4 luglio 1884 il «Daily Colonist» di Victoria, Columbia britannica, pubblicava
un articolo sulla cattura di un Bigfoot. Jacko (nome con cui veniva
indicato il cacciatore) aveva catturato un esemplare dalle ridotte dimensioni,
alto non più di 120 cm e pesante soltanto una sessantina di chilogrammi.
L'essere era stato avvistato da un gruppo che si stava muovendo lungo il fiume
Fraser, da Lytton a Yale, sotto i monti Cascade, ed era stato catturato con
relativa facilità. Aveva lunghi e spessi capelli neri e una folta peluria che ricopriva
tutto il corpo. Le braccia erano più lunghe di quelle di un uomo e
aveva la forza sufficiente a spezzare in due un grosso ramo. Sfortunatamente,
dopo questa citazione, del misterioso Jacko si perdono le tracce, anche se
il naturalista John Napier testimonia che la creatura venne a più riprese esibita
presso il circo Barnum e il circo Bailey.
Nel 1910 Bigfoot torna alla ribalta per una brutta storia avvenuta nella valle
di Nahanni, presso il Grande Lago degli Schiavi, nei Territori del nordovest.
I due fratelli MacLeod furono trovati decapitati in un anfratto della
valle, che da quel giorno venne appunto ricordata come la Valle dei decapitati.
In realtà, l'ipotesi più plausibile farebbe pensare a un attacco indiano o di
qualche gruppo di desperados, tuttavia, all'epoca, si parlò di Bigfoot, fatto
che andò ad aggiungere un tocco di horror a una leggenda già consolidata.
Nel 1910 sul «Seattle Times» comparve un articolo sui cosiddetti “diavoli
della montagna” che avevano assediato la capanna di un cercatore d'oro sul
monte San Lorenzo, nei pressi di Kelso. Gli attaccanti erano descritti come
umanoidi per metà mostruosi, dalle fattezze gigantesche, alti dai 2 ai 2,50 m.
Gli indiani locali, appartenenti alle tribù dei Clallam e Quinault, ben li conoscevano
e li chiamavano Seeahtiks. Nelle loro leggende si dice che l'uomo
derivò dagli animali e che per questi esseri la creazione si era come fermata
a metà, sospesa.
Una delle storie più eclatanti legate alla presenza di un Bigfoot risale al 1924,
sebbene non sia stata divulgata che molto tempo dopo, nel 1957, portata alla luce
da John Green, autore del libro On thè Track of thè Sasquatch.
Albert Ostman, taglialegna e falegname, stava cercando
dell'oro alle fonti del fiume Toba nella Columbia britannica,
quando un giorno per la prima volta aveva sentito parlare da
un barcaiolo indiano della “grande razza” che viveva sulle montagne.
Dopo una settimana di sopralluoghi aveva infine sistemato un campo base
di fronte all'isola di Vancouver. La mattina successiva aveva però avuto una
sorpresa: le provviste erano state saccheggiate da qualcuno. Per scoprire chi
poteva essere il ladro, la seconda notte aveva solo fatto finta di andare a dormire,
restando silenzioso in attesa nel sacco a pelo con un fucile carico ben imbracciato.
Qualche ora più tardi era stato svegliato: «Venni ridestato da qualcosa
o qualcuno che mi toccava. Ero addormentato e dapprima non mi riuscì di
comprendere quel che mi stava capitando. Appena misi insieme qualche idea
mi resi conto che, infagottato nel mio sacco a pelo, mi stavo muovendo».
Dopo un po' chi lo stava trasportando lo aveva deposto a terra. Era così riuscito
a sgattaiolare fuori dal sacco a pelo e si era trovato alla presenza di una
famiglia di quattro Sasquatch: il padre, un grande esemplare maschio alto
quasi 2,50 m; la madre, un figlio e una figlia ancora molto piccola. La femmina
adulta era alta almeno un paio di metri, poteva sì e no avere una quarantina
d'anni e pesare almeno 200 kg. In apparenza non sembrava volessero fargli
del male, ma, di sicuro, lo tenevano d'occhio per non lasciarlo scappare.
Gli venne da immaginare che, forse l'avrebbero trattenuto come compagno
per la femmina più giovane, ancora immatura e senza seno. Dopo essere stato
costretto a trascorrere sei giorni con loro, era riuscito a riprendere il fucile e a
far partire qualche colpo. Nella confusione generale, mentre le creature si nascondevano
per difendersi, se l'era data a gambe. Quando Green gli chiese come
mai avesse atteso tanto tempo prima di rendere pubblica quella sua straordinaria
avventura, Ostman rispose che lo aveva fatto perché nessuno gli avrebbe
dato retta. Nel 1928 un indiano della tribù Nootka di nome Muchalat Harry
si presentò a Nootka, sull'isola di Vancouver, vestito soltanto del perizoma,
trafelato e ancora visibilmente spaventato. Riferì che mentre stava recandosi
come ogni giorno al fiume per cacciare e pescare, era stato catturato da un
Bigfoot che lo aveva condotto a molti chilometri di distanza. Sul calare del
giorno si era infine trovato in una specie di accampamento dove c'erano non
meno di venti di quelle strane creature, le quali gli avevano fatto intendere che
l'avrebbero divorato. Ad un tratto, infatti, uno dei più grossi gli aveva azzannato
il perizoma come per addentarlo, facendogli intendere che non era in grado
di distinguere la pelle da un indumento. Per alcune ore, terrorizzato, era rimasto
paralizzato in un angolo, poi, nel pomeriggio, la tribù sembrò aver perso
interesse verso di lui e si era mosso alla ricerca di cibo. Avuta l'opportunità
di scappare, Harry era filato via e dopo una quindicina di chilometri, riconosciuti
i luoghi, aveva recuperato la sua canoa. Da qui, dopo una vogata di quasi
60 km aveva raggiunto l'isola di Vancouver, dove aveva raccontato la sua
terribile esperienza a padre Anthony Terhaar, della missione benedettina locale.
Il padre disse che Harry era arrivato così prostrato e terrorizzato che era
stato colpito da un improvviso collasso dal quale aveva potuto riprendersi soltanto
molto tempo dopo. Lo spavento era stato così grande che i capelli gli
erano diventati tutti bianchi. Da quel giorno non aveva più osato allontanarsi
dal villaggio.
Nel 1967, Glenn Thomas, un taglialegna di Estacada, nell'Oregon, mentre
stava tracciando un sentiero a Tartan Springs sulla Round Mountain, aveva
avuto agio di osservare ben tre figure sconosciute dai lunghissimi capelli, intente
a spostare alcuni massi per poi scavare per almeno un paio di metri. Alla
fine del lavoro, la creatura femminile aveva estratto da una tana alcuni roditori
che erano stati divorati sul momento. Gli investigatori che indagarono
sulla sua storia, nel luogo indicato dal taglialegna trovarono non meno di una
ventina di grossi buchi e tutto attorno macigni chiaramente spostati dal peso
non inferiore a 200 kg. Nella zona è comune che castori e marmotte trovino
rifugio in tane sotterranee nel lungo periodo del letargo.
Intanto, uno dei casi più convincenti era già venuto alla ribalta. Nell'ottobre
del 1967 due giovani, Roger Patterson e Bob Gimlin, si trovavano a Bluff
Creek nella contea del Del Norte, nella California settentrionale, quando all'improvviso,
appena superata la svolta della vallata, i cavalli, spaventati, li
avevano sbalzati di sella. A circa trenta metri di distanza, sul crinale opposto
della montagna, c'era una grande creatura scura, con il corpo tutto ricoperto di
pelame, che si muoveva come un uomo. Roger, afferrata la cinepresa, si era
messo a filmare. L'essere - istintivamente riconosciuto come una femmina - si
era fermato, volgendo lo sguardo verso di loro. «Non sembrava fosse disturbata
dalla nostra presenza, quanto incuriosita dalla macchina da presa, una cosa
certamente nuova per lei». Quando Patterson aveva provato a inseguirla si era
subito messa a correre velocemente, tanto che dopo qualche centinaia di metri
si era già staccata per scomparire nel folto di una foresta di pini.
Il filmato, divenuto celeberrimo, mostra un essere alto circa 2 m, dal peso
stimabile di una tonnellata o forse più, con capelli bruno rossicci, seni e natiche
prominenti. Raggiunta una posizione di sicurezza, si era voltata con fare
quasi curioso in direzione della cinepresa, rivelando un volto completamente
ricoperto di pelo. La punta della testa aveva una forma conica, una connotazione
condivisa sia dai gorilla di montagna che dal cugino primo del
Sasquatch, lo yeti o “abominevole uomo delle nevi”, al quale
in più atteggiamenti sembra senz'altro assomigliare. Stando
agli zoologi, un cranio così
conformato permette di dare una maggiore forza ai muscoli delle mascelle,
chiamate a triturare rami legnosi.
Ovviamente, furono molti i contestatori che considerarono il filmato come fasullo,
affermando che l'essere altro non era che un uomo di grande statura vestito
con la pelliccia di uno scimmione. Eppure nel suo bel libro More Things
lo zoologo Ivan Sanderson cita tre illustri scienziati, i dottori Osman Hill, John
Napier e Joseph Raight, tutti concordi nel riconoscere che dal filmato non si
evince alcun dettaglio che induca a pensare a un imbroglio. D'altro canto, una
serie di calchi di impronte prese proprio nel terriccio della vallata segnalavano
il passaggio di una creatura alta non meno di un paio di metri.
La versione asiatica dell'americano Bigfoot è lo yeti, meglio conosciuto in
occidente col nome di “abominevole uomo delle nevi”. Quando nel 1951 l'esploratore
himalayano Eric Shipton stava valicando il ghiacciaio del
Menlung sull'Everest, aveva avuto agio di osservare grandi
impronte di piedi, che
aveva avuto la prontezza di fotografare ponendovi accanto un'assicella di legno
che fungeva da parametro di comparazione. Si trattava di un piede, di
quasi 40 cm di lunghezza e oltre 20 di larghezza, dalla sagoma curiosa: tre
piccole dita e un quarto molto evidente, dalla forma pressoché circolare. Quel
piede apparteneva senza ombra di dubbio a un essere che camminava in posizione
eretta e di certo non si trattava né di un lupo né di un orso. L'unico
animale che si poteva chiamare in causa era l'orangutan, ma queste scimmie
hanno il dito grosso molto più allungato.
Sin da quando gli esploratori europei incominciarono a visitare le montagne
asiatiche del Tibet, sentirono parlare di una strana creatura, simile a una scimmia
gigantesca, che i locali chiamavano Metoh-kangmi, che tradotto in termini
letterali significa per l'appunto “abominevole uomo delle nevi”. Le leggende
echeggiavano su una vastissima zona geografica, dal Caucaso all'Himalaya,
dal Pamir alla Mongolia, fino ai confini estremi della Russia. Nell'Asia
centrale vengono chiamati Mehteh, o yeti, mentre le tribù orientali
usano la parola Almas. Pare che il primo riferimento a questi esseri ampiamente
diffuso in occidente sia stato il rapporto, datato 1832, di B.
H. Hodgson, ambasciatore inglese residente presso la corte
reale del Nepal, dove si
racconta come i cacciatori del posto e i nativi in genere temessero fortemente
la presenza di un “uomo selvatico”, con il corpo ricoperto di peli. Più di
mezzo secolo dopo, nel 1889, fu la volta del maggiore L. A.
Waddell. Mentre
stava esplorando l'Himalaya, a quota 5000 m, si era imbattuto in alcune grosse
impronte, ben impresse nella neve fresca. I portatori locali, spaventati, gli
dissero, senza esitazione, che si trattava del recente passaggio di uno yeti,
una creatura feroce propensa ad attaccare l'uomo per cibarsene. Il modo migliore
per sfuggirgli era scendere a valle, perché lo yeti aveva capelli così folti
e lunghi che scendendogli sugli occhi nel corso della discesa, gli impedivano
di avere una buona percezione visiva.
Nel 1921 i componenti di una spedizione guidata dal colonnello Howard-
Bury, impegnata nell'aprire per la prima volta un'ascesa sul versante settentrionale
dell'Everest, avevano osservato a debita distanza, nei pressi del valico
di Lhapta-la, alcune creature scure, contrastanti con il candore della neve,
che i portatori tibetani indicarono subito come yeti. Nel 1925 N. A. Tombazi,
membro della Royal Geographical Society, riferì di aver tentato invano di fotografare
sul ghiacciaio Zemu un essere che si muoveva goffamente su due
gambe. Purtroppo, nel momento in cui era pronto allo scatto, questo era svanito
nel nulla. E così, con questo ritmo, leggende e testimonianze si sono intrecciate
fino ai nostri tempi, sempre connotate da quel tono di mistero e di
lieve dubbio bastevoli per consentire alla scienza di rigettare ogni cosa, parlando
di sogni a occhi aperti, inganni e mistificazioni. La fotografia scattata
da Shipton nel 1951 ebbe un'eco straordinaria proprio perché era stata presa
dal componente di una spedizione scientifica, che non avrebbe avuto alcun
motivo di raccontare frottole. Oltre tutto poi l'immagine parlava da sola e
non necessitava di alcun commento.
Almeno così veniva da immaginare. Invece il Dipartimento di storia naturale
del British Museum non la pensava così, tanto che uno dei suoi più illustri
rappresentanti, il dottor T. C. S. Morris-Scott denunciò al mondo scientifico
che la sua idea era ben diversa e che l'orma fotografata apparteneva a una
creatura, l'entello himalayano, che i locali chiamavano langur. La sua decisa
affermazione si fondava sulla descrizione di uno yeti fatta
dallo sherpa Tensing, il quale parlava di una creatura poco
più alta di 150 cm, dall'andatura
eretta, il cranio a punta conica e una folta pelliccia rossastra. Secondo Morris-Scott
questa descrizione collimava alla perfezione con quella del langur.
La principale obiezione a questa osservazione stava nel fatto
che anche il langur, come la maggioranza delle scimmie,
procede quasi sempre a quattro
zampe e vanta cinque dita molto allungate, compreso quello prominente che
non è mai arrotondato. Alla fine, l'ipotesi venne rigettata dagli stessi colleghi
di Morris-Scott e presto dimenticata. L'enigma dell'uomo delle nevi continuava
pertanto a restare tale.
Un'ipotesi un poco più fantasiosa è quella proposta dallo zoologo olandese
Bernard Huevelmans, esposta in una serie di articoli apparsi a Parigi nel
1952. Egli ricordava che nel 1934 il dottor Ralph von Koenigwald aveva scoperto
in un'antica farmacia cinese di Honk Kong alcuni antichissimi denti; la
tradizione cinese attribuisce alla polvere di dente particolari doti terapeutiche.
Fra quei denti c'era un molare di tipo umano grande almeno due volte
quello di un normale gorilla adulto, idea che suggeriva fosse appartenuto a
una creatura alta circa 6 m. Alcuni approfondimenti rivelarono che il mostruoso
gigante - divenuto noto in tutto il mondo col nome di
gigantopithecus - si era estinto da circa mezzo milione di
anni. Per Huevelmans, dunque,
l'impronta che Shipton aveva fotografato doveva appartenere a un erede,
chissà come sopravvissuto, del gigantopithecus. La sua teoria venne snobbata
e solo pochi colleghi si degnarono di prenderla in considerazione.
Nel 1954 il giornale «Daily Mail» finanziò una spedizione al fine di catturare
(o per lo meno riuscire a fotografare) uno yeti. Dopo 15 settimane di inutili
sopralluoghi, tutto si era concluso senza il minimo successo, se solo si fa
eccezione per un'informazione decisamente importante. La spedizione aveva
scoperto che in molti monasteri tibetani erano conservati scalpi di yeti, considerati
preziose reliquie. In alcuni casi una visione diretta aveva consentito
osservazioni affascinanti. Erano tutti lunghi e conici, simili a una mitra vescovile,
e ricoperti da un fitto pelame, compresa una specie di “cresta” nel
centro, composta da capelli diritti. In un caso si era scoperto che lo scalpo gelosamente
conservato era un falso, vale a dire era stato ottenuto con alcuni
brandelli di pelle di animale cuciti insieme. Tuttavia tanti altri risultavano ricavati
da un solo pezzo di pelle. Frammenti di capelli prelevati da questi scalpi
li rivelarono appartenenti ad animali sconosciuti. Insomma,
anche se lo yeti non era stato catturato, erano comunque
emerse prove più che sufficienti a
dimostrarne l'esistenza. Ma niente da fare, neppure questa volta.
Quando a Sir Edmund Hillary venne concesso, in segno di grande onore, di
trattenere uno scalpo per qualche tempo - ricordiamo quanto l'oggetto fosse
tenuto in alto riguardo presso i sacerdoti tibetani - Bernard Huevelmans ebbe
l'opportunità di studiarlo a fondo. Disse che gli ricordava la sagoma della
testa di una grande capra di montagna che aveva avuto modo di osservare a
lungo in uno zoo negli anni prima della guerra. Questo tipo di caprone, grande
e massiccio, vive anche in Nepal, la terra per eccellenza
dell'“abominevole uomo delle nevi”. Huevelmans
ne aveva allora portato uno a fini di studio
presso il Royal Institute di Bruxelles, dimostrando con una comparazione
dettagliata che anche gli scalpi conservati dai preti tibetani appartenevano a
questo genere di animale. La pelle era stata appiattita e lavorata col vapore,
ma non si poteva parlare di un falso deliberato. Si trattava di un copricapo
che veniva indossato dai sacerdoti celebranti nel corso di particolari riti. La
tradizione era antichissima e risaliva a tempi sconosciuti. Gli scalpi risalivano
a questi periodi, erano stati tramandati come scalpi di yeti e tutti continuavano
a ritenerli tali.
A questo punto, era diventata convinzione comune che la storia dello yeti
altro non fosse che una leggenda. Eppure, anche questa volta si trattò di una
conclusione affrettata. Certo, i tanti europei che si erano spinti alla ricerca
della misteriosa creatura potevano anche essersi sbagliati nel sostenere di
aver visto una cosa anziché un'altra; ma come si potevano liquidare con tanta
facilità le impronte, avvistate e fotografate in abbondanza? Nel 1955 un
francese, l'abate Bordet, ne vide addirittura tre serie. Nello stesso anno il capo
di una spedizione, Lester Davies, ne filmò altre. Nel giugno del 1970, lo
scalatore Don Whillans sostenne di aver scorto una creatura molto simile a
una grossa scimmia sui contrafforti dell'Annapurna e nel 1978 Lord Hunt fotografò
alcune nitide impronte.
Nel frattempo anche in Russia cominciarono a venire allo scoperto alcune testimonianze.
Nel 1958 il tenente colonnello Vargen Karapetyan pubblicò su
un giornale moscovita a larga tiratura un ampio articolo sullo yeti - da quelle
parti conosciuto come Alma - intervistando a lungo il più noto esperto del
campo, il professor Boris Porshnev. Nel dicembre del 1941 la sua unità operativa
stava combattendo contro i tedeschi invasori sul fronte del Caucaso,
nelle vicinanze di Buinakst. Un giorno erano andati da lui alcuni partigiani, i
quali lo avevano sollecitato ad andare a vedere un prigioniero appena catturato.
Gli dissero però che avrebbe potuto osservarlo solo da lontano, perché non
appena era stato ricoverato dentro una stanza al caldo si era denudato e aveva
incominciato a sudare in abbondanza, per di più era pieno di pulci dalla testa
ai piedi. Si trattava di un essere senz'altro diverso da una scimmia: nudo, sporco
e spettinato, pareva sordo e spaesato, vacillante. Karapetyan aveva voluto
egualmente avvicinarlo. Quando gli aveva scostato i lunghi capelli incolti dal
viso per guardarlo in volto, la più netta impressione ricevuta era una silenziosa
richiesta di pietà e aiuto. Era evidente che non capiva ciò che gli veniva detto.
Alla fine Karapetyan se n'era andato, invitando il gruppo di partigiani che
lo aveva in custodia a pensare che fare di quello strano uomo. Qualche giorno
dopo gli era giunta la notizia che era scappato. Ovviamente, la storia puzza di
bruciato, come si dice. Eppure, un rapporto del Ministero
dell'interno del Daghestan confermò ogni cosa, aggiungendo una
nota decisiva in più. L'uomo
selvaggio era stato giudicato dalla corte marziale e giustiziato come traditore.
Nel gennaio del 1958 il professor Alexander Pronin, dell'Università di Leningrado,
riferì di aver visto un Alma. Si trovava nel Pamir, quando ad un
tratto aveva scorto, sullo sfondo delle rocce, una creatura ignota che si stava
arrampicando. Aveva una sagoma umana, con lunghi capelli
rossicci. Quando si era accorto della sua presenza, era
rimasto a guardarlo per quasi cinque
minuti, poi era scomparso. Tre giorni dopo, il contatto a distanza si era ripetuto
in quello stesso posto. Per una serie di logici motivi, la dottrina marxista
non accettava l'idea dell'uomo selvatico, ma quando le notizie incominciarono
ad accumularsi l'evidenza non potè più essere negata. Dobbiamo a Boris
Porshnev la raccolta di tutte le testimonianze di avvistamento di un Abominevole
nel mondo russo, una serie di notizie di cui Odette Tchemine si è ampiamente
servita per il suo notevole libro intitolato The yeti.
Proviamo, adesso, a sintetizzare i fatti: la prova relativa all'esistenza reale di
una creatura singolare chiamata yeti, Alma, Bigfoot, Sasquatch o “abominevole
uomo delle nevi” è piuttosto acclarata e centinaia di segnalazioni inducono
a credere non possa fondarsi soltanto su fantasie e immaginazioni. Se, dunque,
un essere simile esiste per davvero, di che cosa potrebbe trattarsi?
La professoressa Myra Shackley, assistente di archeologia presso l'università
di Leicester, sostiene di saperlo. È convinta che lo yeti sia un uomo di
Neanderthal sopravvissuto. La sua ipotesi viene condivisa in pieno dalla
Tchemine, sulla scorta del suo attento studio dei molti casi sovietici.
Come sappiamo, l'uomo di Neanderthal è il predecessore dell'attuale umanità.
Le prime tracce della sua comparsa vengono fatte risalire a circa 100.000
anni or sono. Era più piccolo e più simile a una scimmia che non l'uomo
d'oggi, dotato di una fronte sfuggente e di una mandibola prognata. Viveva
in caverne e i mucchi di ossa di animali commestibili rintracciate in questi rifugi
attestano che le donne erano delle casalinghe poco ordinate e pulite. Probabilmente
era anche dedito al cannibalismo, tuttavia non si può dire avesse
soltanto tratti animaleschi. Il ritrovamento di alcuni pigmenti colorati all'interno
delle grotte abitate, dimostra, per esempio, che amava i colori e certamente
apprezzava la bellezza dei fiori. Inoltre, poiché aveva l'usanza di seppellire
i morti è presumibile immaginare che credesse nell'aldilà. Alcune misteriose
pietre arrotondate e graffite inducono ad attribuirgli anche una qualche
forma di religiosità, forse un culto solare.
Il nostro antenato più diretto, il cosiddetto uomo di Cro-Magnon, si affacciò
sulla Terra soltanto 50.000 anni or sono ed è a lui che dobbiamo le celebri
raffigurazioni rupestri. Col suo arrivo, l'uomo di Neanderthal scompare all'improvviso,
secondo una dinamica che ancora oggi la scienza non è in grado
di spiegare. L'idea generale è che sia stato completamente annientato e sostituito
dal Cro-Magnon. (In merito, vedi il bel romanzo di William Golding,
The Inheritors basato proprio sull'incontro delle due razze, e l'ancor precedente
The Grisly Men di H. G. Wells).
Nella sua opera dal titolo The Neanderthal Question lo psicologo Stan
Gooch avanza una tesi sconcertante: questo nostro antichissimo antenato non
si sarebbe estinto del tutto e le femmine congiunte con i maschi dei nuovi arrivati
Cro-Magnon avrebbero dato origine a una sottorazza diversa, i cui discendenti
sarebbero stati il ceppo originario della razza ebrea. (È bene sottolineare
che lo stesso Gooch è un ebreo). Secondo lui l'uomo di Neanderthal
vantava doti psichiche superiori a quello di Cro-Magnon e quelle possedute
dall'uomo moderno deriverebbero proprio da questa razza antica.
Che si condivida o meno la teoria di Gooch, non è comunque impossibile
immaginare che l'uomo di Neanderthal non ce l'abbia fatta a sopravvivere,
scacciato in qualche enclave segreta e solitaria dalla nuova razza di uomini
che si stava impossessando del pianeta. La già citata Myra Shackley ha setacciato
i monti Aitai spingendosi fino alla Mongolia ed è convinta che l'Alma
esista davvero: «Vivono all'interno di caverne, cacciano per procurarsi il
cibo, utilizzano attrezzi in pietra e vestono con pelli di animali lavorate». Fra
i tanti casi, la Sheckley ricorda quello di un dottore russo che nel 1972 ebbe
la ventura di incontrare un'intera famiglia di Alma. Anche Odette Tchemine
riporta molti episodi simili e lo stesso fa il professor Porshnev, il quale ha
portato alla luce un gran numero di tradizioni popolari legate alla presenza
dell'uomo selvatico e di queste misteriose creature. Presso gli Abzachiani,
per esempio, sono ancora oggi vivissime le leggende di Alma catturati e condotti
nel mondo civile e addomesticati. La Tchemine parla di loro chiamandoli
pre ominidi.
Porshnev ha investigato di persona su un caso di estremo interesse riguardante
un esemplare femmina di Alma catturato a metà del XIX secolo nella regione
dell'Ochamchir. Alcuni cacciatori della zona, imbattutisi in un Alma
femmina, l'avevano catturata e portata al villaggio. Aveva un aspetto scimmiesco,
con lunghi capelli scuri e pelo sul corpo. Violenta e cattiva, per anni
non c'era stato verso di addolcirne il carattere ed era vissuta in una gabbia,
dentro la quale i custodi gettavano il cibo. Le era stato assegnato il nome di
Zana. Porshnev riuscì ancora a intervistare alcune persone che l'avevano vista
e la ricordavano, fra cui un uomo di oltre centocinque anni. Poi, finalmente,
si era calmata e aveva incominciato a socializzare. Poco alla volta aveva imparato
a compiere qualche piccolo lavoro, come per esempio sgranare le pannocchie
di granturco. Aveva un grande seno, gambe e braccia muscolose, dita
sottili e lunghe; odiava il caldo e preferiva stare al freddo. Andava pazza
per l'uva, che divorava a grappoli, amava bere il vino: beveva parecchio per
addormentarsi di colpo riposando profondamente per ore e ore di fila. Era divenuta
madre in più di un'occasione con padri diversi, ma i figli erano tutti
morti, per quella sua mania animalesca di trattarli troppo rigidamente, per
esempio andandoli a lavare nei fiumi ghiacciati (poiché i neonati potevano
ormai considerarsi esseri quasi umani, non avevano ereditato la straordinaria
resistenza al freddo della genitrice). Alla fine, i paesani decisero di sottrarle
l'ultima, chiamiamola così, cucciolata. I bambini erano stati allevati nel villaggio
ed erano cresciuti sani e molto simili a normali esseri umani. Avevano
imparato a parlare e ragionavano in modo logico. Il più giovane è morto in
tempi relativamente recenti, nel 1954 (Zana se n'era andata
nel 1890). Porshnev ha avuto modo di incontrare due pronipoti di Zana, constatandone la
pelle scura e le fattezze di tipo negroide. Uno dei nipoti, un certo Shalikula,
possedeva una mascella così potente da essere in grado di reggere fra i denti
una sedia con un uomo seduto sopra. Al di là di qualsiasi altro discorso, ci
sembra che questa sia una prova quanto mai evidente che l'esistenza
dell'“abominevole uomo delle nevi”, potrebbe non essere affatto frutto di immaginazione.
 
CAPITOLO 42.
IL TESCHIO DEL DESTINO.

L'incredibile storia di un teschio di cristallo.
Negli ultimi vent'anni la pietra più straordinaria e misteriosa che esista al mondo è rimasta
in possesso di una signora, che la conserva gelosamente sotto un panno viola su di
una mensola di casa. Si tratta di uno stupefacente teschio, dal peso di oltre 5 kg, scolpito
in un blocco di cristallo di quarzo puro, appartenuto un tempo a una antica civiltà perduta.
Gli occhi sono dei prismi incastonati e si dice che osservandoli si possa scrutare nel
futuro. Questa pietra unica è detta il “teschio del destino”.
Questo brano, tratto da una puntata della serie televisiva Mondo misterioso
a cura di Arthur C. Clarke, ci serve bene come introduzione a uno dei misteri
più affascinanti del XX secolo. Il teschio apparteneva a un esploratore e
viaggiatore, un uomo amante dell'avventura di nome Albert (“Mike”) Mitchell-Hedges,
nato nel 1882. Alla sua morte, avvenuta nel 1959, la pietra è
passata alla sua attuale custode, la figlia adottiva Anna Mitchell-Hedges,
classe 1910, la quale ha dichiarato che il teschio proveniva dagli scavi archeologici
effettuati presso le rovine di una “città perduta” del Sudamerica, il
centro maya di Lubaantun, nell'Honduras britannico. La signora racconta:
«Fui io a scorgerlo per prima, o per meglio dire, a segnalare a mio padre che
là sotto c'era qualcosa che luccicava. Era la sua spedizione e noi tutti ci davamo
un gran daffare per aiutarlo a rimuovere quella immensa quantità di
pietrame. [Lubaantun significa infatti “luogo delle pietre cadute”]. Mi venne
concesso di raccoglierlo, perché ero stata la prima a vederlo». L'oggetto era
stato trovato proprio sotto quello che pareva essere stato l'altare di un tempio
maya. La data ricordata dalla signora Anna è il 1924, in disaccordo con una
sua precedente dichiarazione in cui aveva detto di averlo trovato proprio il
giorno del suo diciassettesimo compleanno, come a dire tre anni più tardi.
Ciò che aveva trovato consisteva nella parte superiore del teschio, perché il
resto, ossia la mandibola, era stata scovata tre mesi dopo sotto altre macerie,
in un sito leggermente discosto rispetto al primo.
Resosi conto che quel prezioso oggetto era un'eredità degli indigeni locali,
discendenti diretti dell'antico e evoluto popolo che l'aveva realizzato, Mitchell-Hedges
aveva deciso di lasciarlo alla gente del posto. Quando però, durante
la stagione delle piogge del 1927 stava apprestandosi a fare rientro in
Inghilterra, i maggiorenti del luogo glielo avevano restituito, in segno di gratitudine
per la sua gentilezza e per la correttezza del suo comportamento.
Come sappiamo, anche i Maya sono un meraviglioso, intrigante enigma. Anche
se i loro più antichi antenati risalgono a circa 1500 anni prima della nostra
era, la fioritura della loro straordinaria civiltà si registrò solo fra il 700 e il 900
d.C. Durante questa fase i Maya svilupparono una civiltà altissima che conosceva
la scrittura, la matematica, disponeva di un preciso calendario e realizzava
imponenti opere scultoree e architettoniche. Poi, di colpo, tutto era scomparso,
la civiltà maya era crollata e nessuno ancora oggi sa perché. Qualcuno
parla di catastrofi naturali e terremoti, ma non vi sono riscontri. Né si hanno
tracce di violenze. Insomma, un mistero. Sembra che i Maya abbandonassero
volontariamente le loro città per disperdersi in altre località sperdute. Dopo di
che la loro civiltà, un tempo e mirabile, era ripiombata nell'anonimato. Anche
la parziale decifrazione dei loro scritti non ci è di grande aiuto.
Secondo Mitchell-Hedges esisteva una stretta correlazione fra i Maya e il
leggendario continente di Atlantide, che la leggenda dice sia stato sommerso
dalle acque dell'oceano Atlantico nella notte dei tempi. Un altro esploratore,
il colonnello Percy Fawcett, sosteneva di aver trovato le prove attestanti che
i sopravvissuti di Atlantide avevano raggiunto il Sudamerica e che in Brasile
stava nascosta la risposta a tanti interrogativi. Nel 1924 Fawcett era scomparso
nel corso di una spedizione in Brasile. Mitchell-Hedges concordava
con la sua ipotesi, ma riteneva che gli Atlantidei fossero stanziati più a nord,
nella penisola dello Yucatan o nel Centro America. La spedizione in Honduras
nel corso della quale era stato trovato il teschio era volta a dimostrare proprio
questa teoria. Mitchell-Hedges non aveva rintracciato alcuna prova in
merito, ma in compenso era riuscito a venire a capo di alcune indicazioni riguardanti
il tesoro perduto del celebre Sir Henry Morgan, il pirata che nel
XVII secolo aveva preso (con non poca crudeltà) la città di Panama.
Che cosa sappiamo, in realtà, del “teschio del destino”? Di importante, pressoché
nulla. Risulta ricavato da un unico blocco di roccia cristallina o quarzo
chiaro. Secondo Mitchell-Hedges vantava circa 3600 anni; il che voleva dire
almeno mille anni prima ancora delle prime tracce storiche attribuite alla civiltà
dei Maya. Per realizzarlo erano occorsi almeno 150 anni, per ripulire e
scolpire, poco a poco, il duro blocco di quarzo con l'azione di sabbia finissima.
Nel suo Gli extraterrestri torneranno? Erich von Dàniken va ancora oltre,
quando dice (sbagliando): «Nel teschio e nella sua perfetta fattura non c'è
traccia che riveli l'uso di un attrezzo di lavorazione a noi noto». Per lui, infatti,
il teschio è stato elaborato dagli «antichi astronauti», quegli stessi visitatori
a cui dobbiamo la costruzione della Grande Piramide. Un esperto di
cristalli, Frank Dorland, ha confessato di essere in grado di realizzare un oggetto
simile in tre anni, a condizione però di poter disporre di tutti i mezzi
messi a disposizione dall'attuale tecnologia.
A proposito dell'origine del teschio, gli esperti hanno idee diverse. Per alcuni
venne realizzato in Messico, scolpendo un blocco cristallino proveniente
dalle cave messicane della contea di Calaveras o dalla California, e non
dovrebbe avere più di 500 anni. Se questa datazione è corretta, contrasta in
pieno con quanto sostenuto da Mitchell-Hedges che disse di averlo ritrovato
fra le rovine di un antico tempio maya, abbandonato da almeno un migliaio
di anni. In merito agli Aztechi - i più probabili costruttori del teschio - fondarono
la loro grande capitale Tenochtitlan soltanto nel 1325 d.C.
Peccato che questa sia però l'ipotesi condivisa dalla maggior parte di coloro
che hanno avuto a che fare con il teschio. Non ci sono dubbi sul fatto che
Mike Mitchell-Hedges fosse un uomo di assoluto valore, come d'altro canto
nessuno può dubitare della grande devozione e fedeltà mostrata nei suoi confronti
dalla figlia adottiva Anna. Quando si erano incontrati a Toronto nel
1917, Anna era una piccola orfana di sette anni. Si chiamava
Anna Le Guillon e, al momento, era stata affidata a un uomo
che aveva tutte le intenzioni
di liberarsene rinchiudendola in un orfanotrofio. Toccato dalla sua penosa vicenda,
Mitchell-Hedges aveva deciso di adottarla, compiendo un gesto che
nessuno dei due avrebbe mai rimpianto nel corso della vita.
Oltre al coraggio e al formidabile slancio di esploratore, al contrario del capitano
Scott o del già citato colonnello Fawcett, Mitchell-Hedges era un tipo
decisamente vulcanico, più vicino a quel fanfarone del capitano Morgan, il
pirata sulle piste del cui tesoro Mike si era messo. Era un uomo pieno di senso
dell'umorismo, ironico, che amava incatenare il prossimo raccontando - e
forse anche scrivendo - storie mirabolanti e affascinanti. Lui stesso ammetteva
di dovere la sua vita di avventuriero alla lettura giovanile delle opere di
Rider Haggard e ai racconti di Lost World di Sir Conan Doyle; d'altro canto
i suoi stessi libri si allineavano su questo registro - Land ofWonder and Fear
e Battles with Giant Fish - riflettendo il carattere di un uomo che, dopo tutto,
seppure maturo, era rimasto con l'animo e la mentalità di un ragazzo. Insomma,
non era meno propenso alla bugia di quanto non lo potesse essere un
avventuriero elisabettiano nato per sbaglio fuori dal proprio tempo.
Le male lingue sostengono che Mitchell-Hedges avesse comprato il teschio
di cristallo a Londra, se lo fosse portato appresso alle rovine di Lubaantun
per farlo trovare alla figlia proprio il giorno del suo diciassettesimo (o quattordicesimo)
compleanno. Un'azione, a detta di molti, di cui sarebbe stato
senz'altro capace.
Anche dalla lettura della sua autobiografia, Danger My Ally del 1954, si
evince che i fatti non si svolsero in modo così lineare e piano come narrati
dalla figlia Anna. Ci si aspetterebbe che una scoperta così importante meriti
almeno qualche pagina di accurata descrizione ed invece niente di tutto questo.
Solo poche righe, con questa annotazione misteriosa: «Non ho motivi di
rivelare a nessuno in quale modo sono venuto in possesso del teschio di cristallo».
Onestamente, non si capisce perché, dal momento che, al contrario,
la figlia Anna se ne occupa in modo alquanto dettagliato. Forse perché avrebbe
potuto accrescere i meriti del padre adottivo? Tutto questo risulta ancora
più stravagante se solo si considera che Mike spende non poche pagine a descrivere
in modo quanto mai preciso alcuni altri oggetti di molta minore importanza
ritrovati nel corso degli scavi a Lubaantun. Senza osservare che anche
le pur minime citazioni al teschio scompaiono completamente nell'edizione
americana del libro. Viene da chiedersi: d'accordo a non voler più sostenere
la bugia, ma perché non approfittare dell'occasione per dire la verità?
Da parte sua Anna Mitchell-Hedges non ha mai avuto esitazioni a confermare
appieno il racconto del ritrovamento. Il giornalista del «Daily Express»
Donald Seaman racconta di averlo sentito narrare direttamente dalla signora.
Nel 1962 Seaman, occupato nella redazione di un libro di spionaggio, si era
imbattuto nella fotografia di una spia recentemente scoperta,
Gordon Lonsdale, dove l'uomo era ritratto in mezzo a due donne
di mezza età. Accurate
ricerche avevano rivelato che una delle due era Anna Mitchell-Hedges. Incuriosito
dallo strano collegamento - che ci faceva la signora Anna con una spia
riconosciuta? - Seaman l'aveva contattata presso la sua casa di Reading,
chiedendo di poterla incontrare. Ottenuto il consenso, Seaman era andato, facendosi
accompagnare dal fotografo Robert Girling.
All'epoca la signora Anna era una vigorosa, piacente signora nel pieno dei
suoi cinquantanni, pronta a riceverli agghindata nel suo bell'abito. La storia
relativa alla fotografia si era rivelata abbastanza banale. Era stata scattata all'interno
di un castello storico, dove lei e alcuni suoi amici si erano ritrovati
casualmente a parlare con l'uomo, incontrato sul momento, che si sarebbe
poi trovato al centro del celebre caso di spionaggio del caso di Portland. Un
fotografo professionista a caccia di clienti era passato proprio in quel momento,
aveva notato il gruppo affiatato e aveva proposto di scattare una fotografia.
Anna aveva pagato lo scatto e qualche giorno dopo aveva ricevuto la
fotografia a casa. Non aveva mai più visto né sentito parlare di Lonsdale fino
a quel momento.
A quel punto, quasi delusa di averli fatti correre fin da lei a Reading per scoprire
un caso inesistente, una mera banalità, come volendosi sdebitare aveva
allora chiesto se desiderassero vedere il famoso “teschio del destino”. Nessuno
dei due ne aveva mai sentito parlare prima, e così, più che altro per cortesia,
avevano assentito. Anna li aveva condotti in camera da letto, dove cercando
a tentoni dietro la spalliera del letto aveva tirato fuori qualcosa. Aspettandosi
di vedere un oggetto non più grande di un uovo, Seaman si era meravigliato
nel constatare che la cosa racchiusa in un foglio di carta da giornale che la signora
Anna aveva estratto da dietro il letto era invece grande quanto un cavolo.
Poi si erano spostati nel salone dove la signora Anna aveva svolto il
pacchetto.
Sia Seaman che Girling erano rimasti letteralmente sbigottiti al cospetto di
quell'oggetto bellissimo e unico, appoggiato sul tavolo. Il teschio, grande come
quello di un uomo, sembrava ricavato da un diamante perfetto: alla luce
del crepuscolo assumeva una tonalità verdastra, quasi come se brillasse di
una propria luce interiore o fosse illuminato al di sotto. La mascella inferiore
era mobile come quella umana, particolare che aggiungeva un tocco di
straordinario effetto realistico a tutto l'insieme. Tornando, si erano trovati
d'accordo nel constatare che fino a quel momento nessuno dei due aveva mai
visto un oggetto tanto bello e soprattutto, così stranamente inquietante. La signora
Anna aveva detto loro che si trattava del “teschio del destino”, ritrovato
in un tempio maya nel 1927. Il nome gli era stato dato dagli indigeni, convinti
che in virtù dei suoi poteri sovrannaturali l'oggetto andava trattato col
massimo rispetto e con grande reverenza. Già erano fiorite leggende su persone
andate incontro a gravi disgrazie per il solo fatto di non aver rispettato
abbastanza il misterioso teschio.
Il racconto era proseguito. In quell'ormai lontano 1927, suo padre si era
messo sulle tracce del favoloso tesoro del pirata Henry Morgan, che la leggenda
diceva sepolto nel 1671. Era venuto a sapere che nella zona attorno al
sito archeologico di Lubaantun, nell'Honduras Britannico, molti fra i nativi si
chiamavano Hawkins e Morgan. Era un'opportunità; per di più suo padre era
convinto che sempre in quei luoghi fossero approdati i superstiti della distrutta
Atlantide. Tuttavia, il teschio era stato l'unico manufatto antico che
erano riusciti a trovare.
Ora che il padre non c'era più (era morto nel 1959), Anna aveva intenzione
di ritornare in Honduras alla caccia del tesoro e allo scopo di mettere insieme
i fondi necessari per la spedizione aveva pensato di vendere il teschio e
un'antica ciotola donata da Nell Gwyn a re Carlo II sulla cui autenticità già si
erano favorevolmente espressi gli esperti.
«Ma quanto potrà valere il teschio?» aveva chiesto Seaman.
«Forse un quarto di milione di dollari».
«Dio mio! Ma non avete paura a tenervelo in casa, sotto il letto?»
«Non proprio, penso di poter tenere testa a qualsiasi malintenzionato» aveva
risposto decisa la signora Anna, e scostando un poco la gonna aveva messo
in mostra una colt 45.
Per un certo momento si era pensato che il «Daily Express» avrebbe potuto
finanziare la spedizione alla ricerca del tesoro di Morgan, inviando Seaman
al seguito come reporter. Ma l'idea non era piaciuta e la direzione del giornale
l'aveva cassata. Seaman ci era rimasto male, ma non aveva mai più potuto
dimenticare la visione di quello straordinario oggetto che sembrava vivere
di una luce propria.
Malgrado ciò, come già abbiamo precisato, la storia del ritrovamento
di Lubaantun continua a rimanere dubbia. Norman Hammond, un archeologo che
pure aveva condotto alcuni scavi nel sito, nel suo libro su Lubaantun non
spende una sola riga a proposito del teschio, spiegando a Joe Nickell, un investigatore
alquanto scettico (che firma l'introduzione al volume) che non
era stata una dimenticanza volontaria poiché l'oggetto non aveva proprio nulla
a che vedere con il sito archeologico. «Il cristallo di rocca non è pietra che
si trova naturalmente nell'area maya» e poi continua precisando che le località
più vicine dove è rintracciabile sono quelle di Oxaca, nel sud del Messico,
e della valle del Messico, dove erano stati trovati altri teschi simili, ma
molto più piccoli, di fatturazione azteca. Hammond non si ferma qui. Dichiara,
come da prove documentali, che la signora Anna Mitchell-Hedges
non era mai stata a Lubaantun, cosa che sarebbe stata anche confermata da
alcuni componenti la spedizione archeologica del padre. (Hammond si esprime
anche in merito all'oggetto. Secondo lui potrebbe essere un memento mori
[un qualsiasi oggetto realizzato per rammentarci che dobbiamo tutti morire]
ascrivibile al XVI o al XVII secolo. Se un'origine rinascimentale non è improbabile,
considerata la raffinatezza con cui è stata ricavata la sagoma dal
grande blocco cristallino, anche una provenienza dalla dinastia cinese Quing,
come oggetto da piazzare sul mercato europeo, non può essere scartata a cuor
leggero).
Da parte nostra, una volta colto in castagna Mitchell-Hedges -
in particolare, la sua clamorosa bugia di aver partecipato
come sostenitore armato alla rivoluzione
messicana di Pancho Villa e di aver combattuto nella battaglia di
Laredo - e verificato che aveva perduto una causa contro il «Daily Express»
che nel 1928 lo aveva accusato di aver costruito ad arte quella storia solo per
procurarsi della pubblicità gratuita, confessiamo che anche noi, ad un certo
momento, abbiamo pensato che tutto ciò che era montato attorno alla storia
del teschio non fosse nient'altro che immaginazione, pura invenzione. In verità,
la prima citazione ufficiale del teschio era comparsa su una rivista dal titolo:
«L'uomo. Rivista mensile di scienze antropologiche» in un numero del
1936, dove due esperti confrontavano il teschio con un altro, più piccolo ma
simile, conservato al British Museum. Il nostro teschio aveva però un altro
nome, era il “teschio di Burney”.
Il personaggio in questione era Sydney Burney, un esperto d'arte, il quale
nel 1943 lo aveva consegnato a Sotheby's per una vendita all'asta. Siccome
nessuno aveva offerto le 340 sterline del prezzo base, Burney aveva deciso di
riprenderselo. Nel 1944 era riuscito a venderlo per 400 sterline proprio al
dottor Mitchell-Hedges.
Quando Nickell aveva chiesto spiegazioni di tutto questo alla figlia, la signora
Anna aveva spiegato che il padre lo aveva consegnato a Burney come
pegno per finanziare una spedizione archeologica, e che si era molto indignato
quando aveva saputo che Burney lo aveva messo in vendita perché non
era per nulla autorizzato. Peccato che non si riesca in alcun modo a sapere
con inequivocabile certezza se Mitchell-Hedges possedesse l'oggetto già prima
del 1944. Esiste invece una lettera firmata dallo stesso Burney, datata 21
marzo 1933 e indirizzata a qualche funzionario del museo, in cui si precisa
che prima di avercelo, il teschio era appartenuto a un collezionista da cui
Burney l'aveva comperato e che prima ancora aveva fatto parte della raccolta
di un altro collezionista inglese.
Da queste testimonianze sembrava dunque che Mitchell-Hedges avesse inventato
di sana pianta la storiella del tempio maya e che, da parte sua, la figlia
adottiva avesse continuato a mantenere viva la falsa vicenda come segno di
gratitudine verso l'uomo che, adottandola da piccina, aveva dato una svolta
decisiva alla sua vita. Lo stesso valga per le affermazioni
attribuite a Mitchell-Hedges stando alle quali il teschio di
cristallo era stato utilizzato «per procurare
la morte di qualcuno» (in merito la signora Anna scherzava, citando quelle
parole come prova del senso dell'umorismo del padre adottivo) e per alcune
altre allusioni ai poteri sovrannaturali posseduti dall'oggetto; emblematica
è la storiella di un fotoreporter che era schizzato via letteralmente terrorizzato
dalla stanza buia dove si trovava il teschio, perché mentre stava per fotografarlo
la lampada del flash era esplosa con forte colpo andando in mille pezzi.
Insomma, un groviglio di fatti per una storia che sembra davvero irritante,
specie quando qualcuno rivelò che a un'attenta osservazione si potevano notare
aggiustamenti ai denti della mascella mobile ottenuti con una smerigliatura
meccanica. Per la maggior parte degli addetti ai lavori, il mistero che circonda
il teschio del destino altro non sarebbe che una volgare messa in scena,
un falso bello e buono.
Bisogna andare cauti e un giudizio completamente negativo sarebbe prematuro.
Tanto per incominciare, l'altro teschio di cristallo - quello più piccolo e
decisamente meno “perfetto” - conservato al British Museum (collocato in
cima alla scalinata del Museo dell'uomo, nei pressi di Piccadilly Circus a
Londra) viene accettato come genuino e anche su di esso sono stati osservati
segni di molatura meccanica. E infatti risaputo che gli artigiani Maya facevano
uso di mole meccaniche circolari azionate dall'azione di una cordicella
tesa attraverso un arco. Ambedue i teschi provengono dal Messico. Quello
conservato a Londra venne acquistato dal Museo dal gioielliere Tiffany di
New York nel 1898 per una spesa di 120 sterline.
Per fugare ogni sospetto, nel 1963 la signora Anna Mitchell-Hedges ha permesso
al già citato esperto di pietre e cristalli Frank Dorland di prendere in
prestito il prezioso oggetto per poterlo esaminare con calma in California sottoponendolo
a tutti i test di verifica ritenuti necessari. Una delle conclusioni
più sconcertanti a cui Dorland era approdato consisteva nell'osservazione
che l'oggetto avrebbe potuto avere anche dodicimila anni e che nulla vietava
fosse stato ritoccato e lavorato in tempi successivi. Dorland aveva spedito il
cristallo ai laboratori della Hewlett-Packard Electronics, che, fra l'altro, si
occupava di cristalli oscillanti. Una prima risposta riferì che la fattura dell'oggetto
aveva richiesto molto tempo di lavoro, forse, addirittura, trecento
anni (due volte il tempo, già più che consistente, denunciato dallo stesso Mitchell-Hedges).
Se il parere è corretto - cosa che riteniamo senz'altro - significa
che si trattava di un oggetto a valenza religiosa, realizzato da qualche ordine
sacerdotale e conservato in un tempio. In tal caso doveva essere connesso
a qualche pratica divinatoria. Era tenuto sull'altare - coperto e protetto
dalla luce, proprio come le palle di cristallo dei veggenti - e veniva esposto
soltanto nel corso di determinate cerimonie, forse per illuminare il cammino
che conduceva nell'aldilà.
Dorland riferisce anche che, stando ad alcune dichiarazioni di amici di Mitchell-Hedges,
in tempi recenti il teschio era stato portato in occidente dai Cavalieri
Templari di ritorno dalle crociate e dalla Terra Santa. Una volta in Europa,
lo avevano custodito con grande venerazione nel loro centro segreto di
Londra. Da qui poi, le varie altre vicissitudini che lo avevano portato sul mercato
dell'antiquariato.
Questa storia è tanto plausibile quanto quella del tempio maya. L'ordine dei
Cavalieri Templari, fondato nel 1118 da Ugo di Payens di Champagne, era
una congrega religiosa il cui scopo primario era quello di dedicare la vita per
la difesa della Terra Santa e la protezione dei pellegrini che vi si recavano. Il
successo ottenuto dall'Ordine era stato così immediato e straordinario che la
sua ricchezza era cresciuta a dismisura, fino a diventare leggendaria. Ma questa
ricchezza era stata la sua stessa condanna. Sul tesoro templare infatti posò
gli occhi il re di Francia, Filippo il Bello, le cui casse languivano. Il 13 ottobre
del 1307 egli ordinò l'arresto in massa di tutti i Templari. Essi erano accusati
di magia nera, blasfemia, rinuncia a Cristo e perversioni sessuali. Una
delle accuse più terribili li diceva adoratori del demone satanico Bafometto,
nella forma di una testa o di un teschio umano parlante. Si
diceva che i cordigli che erano soliti portare ai fianchi per
stringere i loro abiti, fossero carichi
di poteri magici derivati dall'averli avvolti attorno alla misteriosa testa
parlante.
Alcune fra le accuse meno infamanti, sono state accertate come veritiere dagli
storici. Fra queste la certezza che celebravano riti magici. Sotto la persecuzione
di Filippo, caddero centinaia di Templari. Un massacro che però si
rivelò inutile, visto che il re non riuscì a mettere le mani sul loro tesoro. Poiché
è pressoché indubbio che il teschio venerato dai Cavalieri Templari doveva
essere un teschio umano, l'ipotesi che potesse essere quello di cristallo,
detto del destino, per quanto strana non la possiamo respingere a priori.
Che dire a proposito dei presunti poteri “mistici” riconosciuti all'oggetto? La
signora Anna disse che Adrian Conan Doyle, fratello del celebre Arthur, non
solo non poteva sopportare la vista del teschio, ma gli riusciva impossibile
stare nella stessa stanza. La sensazione negativa che lo assaliva era così prepotente
da accorgersene anche quando l'oggetto, a sua insaputa, era presente
ma tenuto nascosto. Affermazioni come queste vengono normalmente etichettate
come il desiderio di dar vita e sostenere una leggenda; ma ecco che, subito,
Frank Dorland ci smentisce affermando che dopo tanto tempo trascorso a
contatto con la pietra anche lui si era convinto delle sue proprietà mistiche.
Per esempio, gli era capitato sovente di udire «acuti scampanellìi di campane
argentate, lievi ma assolutamente avvertibili» oppure «suoni e canti religiosi».
Invece, fissando attentamente il teschio, gli era capitato di vedere «altri teschi,
alti monti, mani e visi». La prima volta che aveva avuto il teschio in casa aveva
avvertito in modo distinto il ruggito di felini della giungla.
Può trattarsi, ovviamente, di pura suggestione; eppure ciò che un giorno accadde
a seguito della visita del satanista Anton LaVey non può in alcun modo
ricadere nella categoria allucinatoria. LaVey aveva chiamato Dorland per
fargli sapere che il teschio di cristallo era stato creato da Satana e che apparteneva
alla sua chiesa demoniaca. (LaVey possiede, evidentemente, un gran
senso dell'umorismo oltre che un buon fiuto per farsi della pubblicità gratuita).
La visita del satanista si era conclusa con LaVey che si era dilettato per
qualche momento a suonare l'organo di Dorland. Quando se n'era andato era
ormai troppo tardi per poter ancora andare a ricoverare il prezioso teschio
nella cassetta di sicurezza dove Dorland era solito custodirlo e così l'aveva
dovuto tenere in casa. Nella notte, sia lui che la moglie erano stati svegliati a
più riprese da alcuni strani rumori e suoni. Scesi al piano terreno non avevano
trovato niente di anomalo. La mattina però aveva scoperto con grande sorpresa
che alcuni oggetti della sala erano fuori posto e che addirittura il ricevitore
di un telefono si trovava fuori, nel giardino dei vicini, davanti alla loro
porta d'ingresso.
La teoria proposta da Dorland non prevede che il teschio sia “posseduto” da
un qualche spirito (poltergeist), ma nel caso di quella sera, la sua sostanza
cristallina aveva assorbito la presenza negativa di LaVey, che venendo in
contrasto con le sue energie aveva dato luogo alla produzione di effetti fisici
infestatori. I chiaroveggenti dicono di ricorrere alle palle di cristallo per le loro
veggenze, perché esse sarebbero in grado di assorbire le energie vitali. La
copertura col panno violaceo o scuro serve ad impedire che queste energie si
disperdano alla luce del giorno. Effettivamente, sin dai tempi più antichi, da
quando è nata la magia, i cristalli sono sempre stati tenuti in alta considerazione
dagli operatori per i loro portentosi poteri occulti.
Per quanto possa sembrare strano, dietro a questa teoria esiste un substrato
scientifico. Per almeno un decennio, il biologo Rupert Sheldrake è andato in
giro a dichiarare che la conoscenza fra gli esseri viventi, animali e uomini, è
un processo che si verifica anche attraverso ciò che lui chiama risonanza
morfica. Il caso più eclatante da lui utilizzato per darne un esempio è quello
delle scimmie dell'isola di Kojima, al largo della costa del Giappone, che
avevano imparato a lavare le patate nell'acqua del mare perché il sale le rendeva
più saporite. Qualche tempo dopo, lo zoologo Lyall Watson, autore di
Lifetide, aveva scoperto che un gruppo di altre scimmie viventi su isole vicine,
ma con nessun collegamento con il gruppo originario, avevano imparato
e adottato la stessa tecnica. Il processo di risonanza morfica può essere assimilato
a una specie di telepatia e secondo Sheldrake gioca un ruolo decisivo
nell'evoluzione.
La cosa più strana è che questo singolare processo di apprendimento è attivo
non soltanto con gli esseri viventi, ma anche con il mondo del non vivente
come, per esempio, quello dei cristalli. Alcune nuove sostanze chimiche
cristallizzano sperimentalmente con molta difficoltà; ma una volta che il processo
si verifica all'interno di qualche laboratorio, come d'incanto diventa
pratica facile e accessibile ovunque, in tutti gli altri laboratori. Dapprima si
era pensato che questa diffusione potesse dipendere dal fatto che tracce di
cristalli trattenute negli abiti e nei capelli degli sperimentatori si diffondevano
via via negli altri laboratori, ma si è trattato di una teoria che ha avuto vita
breve per essere sostituita da un'altra più credibile. Pare, infatti, che anche
i cristalli, al pari degli esseri viventi, possano imparare tramite il processo
della risonanza morfica. In questa prospettiva l'idea che i cristalli possano assorbire
energia vivente non suona più così stravagante né assurda.
Riteniamo che sarà alquanto difficile risalire alla verità a proposito del “teschio
del destino”, ma la sua totale rassomiglianza con quello più piccolo
conservato al British Museum ci suggerisce una fattura azteca. Ciò che conosciamo
della civiltà azteca - della sua religione basata anche sui sacrifici
umani - ci spinge a credere che il teschio possa essere stato creato come oggetto
a valenza religiosa, forse a fini divinatori, vale a dire, per essere utilizzato
con le stesse modalità con cui oggi i chiaroveggenti usano le palle di cristallo.
Ma, qualunque sia il motivo per il quale questo straordinario oggetto
venne realizzato, tutti coloro che hanno avuto a che fare con esso sono concordi
nel dire che senza ombra di dubbio si tratta di uno dei più begli oggetti
mai visti al mondo.
...
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...
FINE Parte 6.